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Jihad islamica. Non è guerra di religione, è guerra di civiltà

Nel suo nuovo delirante appello, la jihad islamica invita a uccidere i miscredenti, minaccia di occupare Roma, frantumare le nostre croci, rendere schiave le nostre donne e piacevolezze del genere. Come ci siano giovani, occidentali come noi, che corrano come montoni di Panurgo a ingrossare i ranghi della barbarie terrorista è un fenomeno da studiare in psichiatria. È comunque evidente che i capi jihadisti cercano di spingere i loro seguaci a una guerra di religione per tentare di allineare contro di noi l’intero Islam.
Ma guerra di religione non è e non può essere. Non si tratta di affermare le bontà del Corano rispetto a quelle del Vangelo. È lecito discuterne, ma non pretendere di decidere la questione con le stragi. Chi lo fa o cerca di farlo mostra la sua natura puramente e semplice-mente criminale. Va combattuto ed eliminato, con tutti i mezzi disponibili. Quella che è in atto è la guerra dichiarata dalla barbarie contro la civiltà, del fanatismo omicida contro la tolleranza pacifica e la battaglia deve essere condotta sino alla fine del nemico dichiarato. Spero di sbagliarmi, ma personalmente non credo che quanto la coalizione creatasi a Parigi sta facendo o si proponga di fare sia sufficiente. Non credo che gli attacchi aerei siano sufficienti. Non credo che basterà armare la mano degli iracheni e dei curdi. Non credo che sia possibile prescindere dalla collaborazione di Siria, Iran, Russia, India. Intanto, però, il fronte contro la barbarie terroristica deve essere unito, senza fessure, anche al nostro interno. Non sono permesse riserve, ambiguità, distinguo (del tipo grillino, ma non solo).
La civiltà in cui viviamo, e che è oggi minacciata, può piacerci o no. Possiamo deplorarne gli eccessi, la lassitudine morale, le ingiustizie, possiamo lamentare l’avidità di denaro o di potere (il Papa lo fa ogni giorno come sa e può), ma è centomila volte migliore di quello che ci propone l’oscurantismo jihadista. Possiamo e dobbiamo cercare di migliorarla con tutti i mezzi pacifici e civili a nostra disposizione, ma non possiamo permettere che sia distrutta nelle sue fondamenta. I partiti abituati a scannarsi su tutto, si uniscano almeno su questo: di fronte alla minaccia, si reagisce compatti. Il Governo ha mostrato fermezza, inviando aiuti e armi alle popolazioni direttamente minacciate dallo stragismo jihadista. Merita appoggio. Ma il nemico non sta solo nelle lontane pianure mediorientali, sta tra noi, nelle nostre città, predica nelle moschee e nei centri di insegnamento che, civilmente, abbiamo consentiti. Il dovere dello Stato è vigilare e combattere il rischio con ogni mezzo, perché il suo primo dovere è proteggere la sicurezza dei cittadini. Questo dovere riguarda anche i governi di segno socialista. Se non lo adempissero, spingerebbero la gente prima o poi nelle braccia della destra estrema che promette “pugno duro”. Un appello dunque alle c.d. “reti sociali”. Voi difendete, o credete di difendere, cause meritevoli, vi esaltate per la sorte dei palestinesi e di altre minoranze che soffrono. Come darvi torto? Ma quello che è in atto è cosa diversa. La minaccia jihadista colpisce tutti, anche voi: davvero pensate che, in una società dominata dall’estremismo religioso vi sarebbe posto per voi, per le vostre istanze laiche, per il vostro spirito di ribellione? Per le vostre donne? Per la parità di diritti che rivendicate? Credete davvero che i palestinesi starebbero meglio? E le altre minoranze? I curdi, gli yazidi, i cristiani d’Oriente? Ma ragionate, qualche volta!
E mi sia permesso, alla fine, un appello anche al Sommo Pontefice. Santità, lei è un esempio luminoso di retta coscienza, di tolleranza, di umanità. Ma quando lei tituba sul diritto di respingere il terrorismo con la forza, lei non fa che alimentare il pacifismo suicida di chi pensa che solo il dialogo serva, che non vi sia guerra accettabile, neppure quella giusta. Ma sono secoli che la Chiesa teorizza ed accetta la guerra giusta. I cristiani non possono essere agnellini indifesi che si consegnano nelle mani del lupo. Il martirio è privilegio di pochi, di pochissimi, non si può prescriverlo alle moltitudini. E il dialogo va bene, ma tra gente che parta dagli stessi principi. Se un assassino viene a casa mia, armato e desideroso di uccidermi, la risposta non è il dialogo. La risposta è difendersi, con tutti i mezzi possibili.

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