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La giustizia: una luce che si spegne?

di Angelo G. Sabatini


L’atteggiamento di fronte a problemi dell’amministrazione della giustizia è più il frutto di un sentimento politico piuttosto che quello di uno sforzo a migliorare il valore del diritto nei confronti di comportamenti imputabili di responsabilità di fronte a atti ritenuti non rispondenti al criterio di legittimità rispetto a norme sancite come elementi regolatori del rapporto dell’individuo con i propri simili o con le istituzioni che regolano il vivere civile.
Nella valutazione dell’azione giudiziaria l’opinione pubblica predilige guardare al valore dell’azione della norma giuridica in funzione del soggetto cui essa va applicata e non … quella di norma che consente di valutare l’azione del soggetto in giudizio. Si dimentica che il valore del diritto, e conseguentemente dell’azione giudiziaria, è per ciò che esso rappresenta nella salvaguardia della convivenza civile e per la determinazione della sanzione amministrativa o penale) in funzione del capo di imputazione a cui l’individuo, con la propria azione, viene sottoposto.
Allorché l’imputazione è riferita a un individuo la cui immagine non supera la soglia di normale notorietà, il comportamento della giustizia non è sottoposto a valutazione di radicale dissenso, niente vittimismo o persecuzione giudiziaria salvo la tendenza psicologica a voler comunque ritenere la legge troppo severa nei confronti dell’imputato o la tendenza del giudice a scegliere la sanzione più alta contenuta nell’articolo di legge del codice esistente.
In questo caso l’interesse dell’opinione pubblica è pressoché nullo e i mezzi di comunicazione non ritengono degno di attenzione l’evento in gioco.
Quando invece l’imputazione è rivolta a un soggetto-attore della scena pubblica, cresce l’interesse dell’opinione pubblica e gli elementi in gioco si caricano di significati di rilievo e le componenti della scena vengono enfatizzate: l’imputato eccellente mette in gioco le conseguenze che l’atto giudiziario determina per la propria vita e tende inevitabilmente a rovesciare l’ordine di valore esistente tra giudice e imputato e il valore della legge viene determinato più in funzione delle conseguenze sull’imputato e sulla sua esistenza, sull’ambiente di cui è un esponente di spicco, che non in funzione del necessario rigore richiesto al giudice nell’applicare la legge.
Dal punto di vista delle conseguenze psicologiche sull’imputato sottoposto a giudizio si crea un clima di alta tensione che spesso si configura come attribuzione all’azione del giudice di una volontà inquinata dall’accanimento sull’imputato di un comportamento motivato dalla necessità di un rigore segnato da neutralità che ha il sapore di una indifferenza rispetto alle conseguenze che un verdetto determina sull’imputato come persona e come soggetto rappresentativo di una comunità. Nessun giudizio sul comportamento dell’”altro” richiede maggiore neutralità, neutralità di quanto è presupposto nell’azione giudiziaria sancita dal rispetto concordato tra delitto e pena. La giustizia posta di fronte a due soggetti di imputazione, diversi per ceto sociale e rappresentativi di due distinti ambienti di appartenenza, non può essere diversa nel riferimento alle leggi e nella sua applicazione. Né può essere influenzata da poteri diversi da quell’unico cui deve attenersi: il potere della legge che per essere efficace deve procedere garantito dal principio dell’obbligatorietà dell’azione penale la cui funzione è quella di assicurare due principi fondamentali: principio di uguaglianza e principio di legalità.
Il primo può essere riassunto in quel distico che campeggia nelle aule di giustizia “La legge è uguale per tutti” cui possiamo aggiungere “sia che l’imputato è un semplice cittadino e sia che porti il nome di un personaggio attore della vita sociale”.
Il secondo, il principio di legalità, ci ricorda che può essere soltanto la legge (e chi l’applica) a determinare chi debba essere punito e chi debba andare esente da pena, non può dipendere da una scelta economica e politica.
Il luogo dove si determina la legalità dell’applicazione dell’obbligatorietà dell’azione penale è nei tribunali e non nelle rappresentazioni teatrali di processi gestiti da anchormen con ospiti che spesso sono lontano dai codici e vicini agli imputati, oppure nelle pagine di giornali dove i processi sono pasto di giornalisti famelici alla ricerca di notizie da dare in pasto all’opinione pubblica, i cui soggetti confondono l’arena della giustizia (i tribunali) con quella dello sport.
All’opinione pubblica va fornita l’immagine della giustizia come quella di una macchina razionale alla cui funzionalità contribuisce la lunga messa a punto che il legislatore opera per renderla adeguata sì alle variabili del tempo, ma non per relativizzarla ma per renderla più edotta sui nuovi metodi di indagine e sulle forme nuove che il crimine assume nel tempo. Una storicizzazione delle norme utile all’operatore giudiziario, il quel non può in nessun caso indirizzare il suo giudicare a “favore” dell’imputato. Il meccanismo strutturale della dimensione culturale chiamata giustizia non consente alcuna deroga all’obbligo di valutare il comportamento del cittadino sospettato di imputazione di un’azione penale in accordo con la norma vigente.
Tutto quanto viene qui ricordato è sancito chiaramente nel Titolo IV (La Magistratura) della Costituzione della
Repubblica italiana che nell’art. 104 recita espressamente l’autonomia e indipendenza da ogni altro potere. Inoltre all’art. 111 viene assicurata la regolarità del processo attraverso atti e momenti a favore della formazione della
prova pro o contro l’imputato.
Altro elemento utile per un corretto uso dei principi inalienabili del diritto è l’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Una chiave utile per capire bene il gioco ricorrente di contrasto tra giustizia (magistratura) e politica (politici) che invade il dibattito politico odierno, è proprio questo articolo che ci spinge ad avere chiara la necessità di non valutare l’azione della giustizia come dovere di una maggiore apertura verso le ragioni di un politico rispetto a un cittadino qualunque.
Se nell’aula di un tribunale siedono il sig. Rossi e il sig. Berlusconi nessuno potrà chiedere al collegio giudicante un comportamento differente, salvo ad operare una messa a punto degli strumenti operativi in ragione della imputazione in discussione.
La struttura dell’azione giudiziaria, così come la Costituzione la designa, è una garanzia per la giustizia e per il cittadino. Del resto il diritto concesso a qualsiasi imputato di richiedere un più approfondito ricorso ad un grado di giudizio superiore rappresenta la cura posta dalla giustizia nel voler pervenire a un giudizio esaustivo di fronte al quale nessun imputato possa sentirsi danneggiato nella dignità della propria persona attraverso un verdetto ingiusto e punitivo.
Nonostante la chiarezza procedurale definita dalla Costituzione e dalle leggi attuative che il Parlamento emana per
una maggiore aderenza dell’azione giudiziaria ai tempi storici, l’immagine che della giustizia oggi alimenta l’opinione pubblica è confusa.
Si assiste a un crescente atteggiamento di insoddisfazione nei confronti del sistema giudiziario con una magistratura che travalica il terreno della propria competenza per sconfinare nel limitrofo infido spazio della politica spingendo qualche critico disavveduto a parlare di “giustizia giustizialista” conseguenza di un conflitto
ormai permanente, grazie alla rete di relazione sempre più critica tra la magistratura e il comportamento non sempre ispirato alla difesa del bene comune da parte della classe politica.
La frequenza con cui la magistratura è costretta a rispettare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale lì ove viene sollecitata ad intervenire su fatti penalmente perseguibili, che coinvolgono politici e istituzioni pubbliche governati da esponenti di gruppi o associazioni politiche, ha collocato in super esposizione la magistratura fatta bersaglio del risentimento della classe politica che, chiamata in causa nel sospetto di comportamenti illegali, erge una barriera di difesa di una prerogativa dal sapore incerto, assunta come strumento di difesa del diritto di esercizio di immunità. Un diritto che pone in difficoltà la giustizia allorché il – di cui gode un cittadino particolare non gli consente di esercitare in pieno la sua funzione nella società civile e politica.
Il disagio in cui la giustizia si viene a collocare in una situazione di privilegio di un gruppo di potere (un privilegio che la classe politica si dona ignorando il contrasto che si crea nel rapporto con la giustizia e l’inevitabile conflitto che si genera) che così facendo rompe l’altro principio fondante un sistema democratico:
la divisione dei poteri, acuendo la crisi del sistema democratico.
Di tutti gli elementi che concorrono alla crisi politica della democrazia italiana il rapporto critico, oggi conflittuale, tra magistratura e politica è indubbiamente uno dei fattori più incisivi. Dietro di esso si colloca il problema della moralità pubblica, la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, il problen1a di un ordine pubblico incerto, l’auto disconoscimento da parte del cittadino del diritto di designare il proprio rappresentante in Parlamento preferendo l’assenteismo elettorale alla partecipazione.
Siamo collocati in una evidente situazione di deficienza di democrazia, che alla pressione negativa di una crisi
materiale, economica e sociale, nazionale e internazionale aggiunge fattori culturali e di spirito pubblico. Si parla molto di società civile, riponendo in essa la speranza di un cambiamento di rotta per la nascita di una nuova società politica.
Ma dove sono i frutti di questa attesa e quale incidenza hanno i movimenti e le poche azioni portate avanti in nome della società civile? Ad una società politica fortemente in crisi non se ne sostituisce un’altra, foriera di progresso civile.
Occorre che gli attori di questa istanza di novità lavorino a restituire ai membri della nuova società la capacità di restituire all’uomo lo spirito del progresso morale che l’avvenirismo scomposto di una cultura senza coscienza etica ha mortificato nel compiacimento di una distruzione delle ideologie propositive per risolversi in una società edonistica imbevuta di una cultura di falso relativismo.
Se la politica è il frutto di una riflessione che la cultura occidentale ha faticosamente cercata e definita come
democrazia dei diritti e dei doveri affidandole il compito di dare forma e sostanza ad una società “felice” occorre
che il presente recuperi il fondamento etico di quella teoria della politica che coniuga la relazione interconnessa tra diritti e doveri, unico baluardo di una società autenticamente democratica.

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