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La sapienza della cella

di Antonio Casu


Quando pensa a se stesso, rinchiuso nel carcere di Spandau, Carl Schmitt si pensa nudo “nelle desolate vastità di un’angusta cella” e rievoca il verso di Max Stirner musicato da Wagner nel Siefried: “Einzig erbt ich den eigenen Leib, lebend zehr ich ihn auf” “Ho ereditato unicamente il mio corpo, vivendo lo consumo”.
Questa consapevolezza gli fa sentire vicino Stirner, del quale ha peraltro un giudizio assolutamente negativo, tanto da riservargli una stupefacente sequela di epitteti: “orribile, sguaiato, millantatore, smargiasso, un goliarda, uno studente degenerato, uno zotico, un egomane, evidentemente uno psicopatico grave”. Eppure, Schmitt sa che Stirner appartiene al ceppo più profondo e prolifico della cultura europea tra il 1830 e il 1848, “un campo di forze di impulsi teogonici e cosmogonici”. Così, si stupisce quasi a constatare che “in questo momento Max è l’unico che mi fa visita nella mia cella. Questo, da parte di un egoista rabbioso, mi commuove profondamente”.
Schmitt si sente nudo nella cella, nudo di fronte alle sue responsabilità personali, nudo nella temperie della storia, nudo in quanto vinto, in quanto colpevole, “e il colpevole è elemento perturbatore”. E si sente nudo anche di fronte al nuovo paradiso della tecnica, del progresso, che promette a tutti di poterne fare parte, mentre invece le nuove élites vigilano ancora più severamente che in passato l’accesso alla loro pressoché inaccessibile casta.
E così, subentra in lui l’amara percezione che la cella d’isolamento possa ingenerare “l’illusione di essere soltanto isolato e non già da tempo inglobato”. È questo il rischio maggiore. Schmitt capisce che “l’autoinganno fa parte della solitudine”, che il soliloquio ci mette a confronto “con un pericoloso adulatore”. È lo “spirito ingannatore” dal quale non siamo mai al sicuro, sopratutto quando ci illudiamo di esserlo. La paura dell’inganno induce all’errore, e l’uomo nudo si illude di sfuggirvi mascherandosi ai suoi stessi occhi. Larvatus prodeo. Ma la spirale dell’auto inganno non esorcizza la paura, anzi la alimenta. La dialettica tra inganno e auto inganno sembra proporre una sola via di uscita. Schmitt ne ha l’estrema consapevolezza: “mi riuscirà anche l’ultimo salto. Vieni, morte diletta”. Ma capisce subito dopo che non è questa la verità. La morte non è la via di uscita, perché “ogni inganno è e resta autoinganno”.
Nel dialogo con se stesso, nella ricerca faticosa e spietata dell’autenticità, Schmitt riscopre la sua dimensione reale, perché l’unica possibile. “Questa la sapienza della cella. Io perdo il mio tempo e guadagno il mio spazio”. Di più, è questa l’essenza della salvezza dalla prigionia: ex captivitate salus.