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La stampa del ventennio

di Angelo Angeloni

Ci sono libri che, pur trattando argomenti specifici legati a precisi momenti storici, sono tali da lasciare nel lettore un insegnamento valido anche quando la storia pone fine a quei momenti e a quegli argomenti.

È il caso del rapporto dell’informazione con il potere politico: il quale esercita quasi sempre su quella un controllo ora aperto, ora subdolo; ora permissivo, ora repressivo; nei paesi democratici come in quelli delle dittature. E il problema è tanto più complesso oggi, in cui la rete dell’informazione è così varia, sottile, pervasiva, da sfuggire ad ogni controllo e invadere la sfera pubblica e privata.

Due libri ci aiutano a capire meglio storicamente questo argomento.

Il primo è di Mauro Forno, dottore di ricerca in storia contemporanea, La stampa del ventennio – Strutture e trasformazioni nello Stato totalitario, Rubettino, Soveria Mannelli 2005.

Libro accurato e documentatissimo sul panorama dell’informazione nel periodo fascista: dal momento iniziale della repressione di ogni voce dissidente, alla formazione di un nuovo modello di giornalista, di stampa e della scuola di giornalismo.

Attraverso la stampa quotidiana e periodica, infatti, il fascismo si prefisse di inculcare un modello ideale di Nazione, di Stato e di cittadino. Pertanto, ogni dissenso fu fermato, ogni messaggio programmato e veicolato in tal senso. I giornalisti vennero accuratamente selezionati tra quelli irreprensibilmente ortodossi e allineati al regime. Chi non volle esserlo, o scelse di ritrattare il passato “antirivoluzionario” e rimanere al servizio di quella stampa in vista di una carriera politica, o pagò caro la dissidenza.

Per formare questo tipo di giornalista nacque la scuola professionale. E i giornali di regime divennero politicamente monocordi, noiosi, senza interesse, senza critica, obbedienti e retorici nell’esaltazione del governo e nella presentazione di una Italia che non c’era.

Divenuti politicamente noiosi, i giornali aumentarono lo spazio dedicato allo svago: momento per non pensare, ieri come oggi. Infine, si arrivò ad inserire la stampa nel processo di culturizzazione che sfociò in quel famigerato MinCulPop copiato alla Germania nazista, attraverso il quale la stampa veniva controllata come tutti gli altri mezzi dell’espressione culturale.

Si dice che offrire alla gente quello che la gente vuole sia democrazia; oppure che mostrare certe immagini raccapriccianti possa servire alla formazione morale dei cittadini. Non è assolutamente vero! La democrazia e la morale sono conquiste lente, continue, faticose della coscienza dell’individuo, nel rispetto sacro delle cose e delle persone.

Il secondo libro (Clemente Borando, Il delitto Matteotti tra verità e silenzi – Un’analisi della stampa dell’epoca, Senaus, Udine, 2004) è più specifico: analizza in modo accurato e articolato come i giornali di allora (di regime, i fiancheggiatori del regime e gli oppositori, che l’autore mette a confronto sinotticamente) raccontarono e commentarono il delitto Matteotti.

Il delitto Matteotti non fu un “delitto comune” – come fu definito dai giornali fiancheggiatori del regime. «Un fatto di cronaca nera come un delitto» – precisa Borando – «giornalisticamente è di per sé un avvenimento di rilievo. Se poi si tratta dell’uccisione di un leader politico e questo rischia di modificare il quadro politico del Paese allora la cronaca si fa, seduta stante, storia e non può che mobilitare al massimo chi ha il compito di dare al Paese la dovuta informazione e la pubblicità di quanto accade. E così è stato per la stampa quotidiana che in quei mesi del 1924 ha seguito quanto accadeva».

Dopo aver tratteggiato il contesto storico-politico del periodo fascista, l’autore dedica il 2° capitolo alla descrizione minuziosa del delitto, delle responsabilità, del perché Matteotti fu ucciso, mettendo a confronto anche diverse interpretazioni di storici.

Segue un capitolo dedicato alla situazione generale della stampa quotidiana nel periodo fascista. Dopo di che viene affrontato il tema del rapporto più specifico dei giornali con il delitto: prima in relazione al giudizio politico, poi ai personaggi implicati.

Il libro si legge con la curiosità storica e con l’avvincente trasporto di un giallo, che suscita, a distanza di anni, gli stessi sentimenti di sdegno e di rifiuto che allora provarono i cittadini italiani. E la distanza storica fa luce su intrighi economici e di potere che la cronaca del momento non chiarisce. Ma quando la stampa svolge coscientemente ed eticamente il suo lavoro, allora è un mezzo utile alla comprensione di ciò che ci accade intorno. E se da sola non fa la storia, certamente contribuisce a svilupparla.

Il lavoro di Clemente Borando è stato favorito e incoraggiato dalla Fondazione Giacomo Matteotti che ha fornito materiale utile alla ricerca.