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In ricordo di Norberto Bobbio

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Norberto Bobbio. E in questi dieci anni ne abbiamo sentito davvero la mancanza. E’ mancato alla cultura – non solo – italiana. E alla politica. Ci è mancato – e ci manca – il suo razionalismo tagliente. Acuminato, come quel celebre rasoio di Ockam. Un razionalismo che, tuttavia, ha sempre saputo stare alla larga dal “fanatismo del disincanto”. Proprio di certe versioni ideologiche dell’Illuminismo. A lui molto caro. Ci è mancata – e ci manca – la sua passione civile. Ci è mancato – e ci manca – il “tormento” del suo dubbio. Sebbene egli abbia serenamente confessato – nell’Autobiografia del 1997 curata da Alberto Papuzzi – che le opinioni dell’intellettuale non esercitano nessuna influenza sull’agire politico. La politica – egli ammetteva, forse un po’ rassegnato e amareggiato – la fanno i politici di professione. Non gli intellettuali. Poiché i politici hanno il dovere della “scelta”. Della “decisione”. Mentre il mestiere degli intellettuali è quello di alimentare, fomentare il “dubbio”. Come suona il titolo di un suo libro del 1993 Il dubbio e la scelta dedicato agli intellettuali. E al loro rapporto con la politica. Un libro che non ha avuto quella risonanza che avreb-be, invece, meritato. Perché era un libro dove, il filosofo tori-nese, traeva un po’ il bilancio della sua vita. Intellettuale e politica. Ma ascoltiamolo, il passaggio cruciale del suo ragionamento: «La discussione sui rapporti fra politica e cultura – egli osser-vava – negli anni Cin-quanta, con Galvano Della Volpe e con lo stesso Togliatti, produsse forse qualche effetto nella battaglia delle idee. Ma si tratta di dimensioni del tutto diverse: una cosa è la storia delle idee, una cosa è la politica reale. Sono due mondi diversi – precisava – che non si sovrappongono né si incrociano, ma proce-dono l’uno accanto all’altro, senza quasi mai incontrarsi. Di una cosa sono assolutamente certo – concludeva – : il potere ideo-logico, l’unico potere che hanno gli intellettuali, conta molto meno del potere che possono esercitare ed esercitano di fatto coloro che partecipano in maniera diretta alla vita politica».
Credo che debba essere collocata in questa “impietosa” riflessione autobiografica la celebre – e “scomoda” – intervista che Bobbio rilasciò, nel novembre del 1999, a Pietrangelo Buttafuoco del “Foglio”. Davvero illuminante. E a suo modo esempli-ficativa. Per farci capire il “rapporto-non rapporto” – diciamo pure così – tra cultura, tra intellettuali e politica. Intervista che allora suscitò un vespaio di reazioni. E di polemiche roventi. Perché in quella sorprendente, imbarazzante – e del tutto inattesa – intervista l’azionista Bobbio ammise le proprie responsabilità, circa il “suo” giovanile fascismo. Ammise la propria “debolezza” intellettuale. E la propria “doppiezza” politica. In quanto dichiarò di essere stato «fascista con i fascisti e antifascista con gli antifascisti». E il fatto che in quella fase tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani avessero condiviso quella “sua” doppiezza, non poteva costituire certo nessuna attenuante giustificativa, egli severamente osserva-va. Perché vi fu – come il suo maestro Gioele Solari – chi ebbe coraggio. E non si arrese, non si piegò vilmente al fascismo.
Una verità scomoda, quella che allora Bobbio avvertì il bisogno di “denun-ciare”. E solo un grande intellettuale con il “gusto della verità” – come lui – avrebbe potuto fare quella pubblica confes-sione. Che certamente è rivelatrice della “grigia” biografia di una nazione, come è stato pur detto. Ma è altrettanto rivelatrice della distanza incolma-bile che separa la cultura dalla politica. E’ altrettanto rivelatrice – come ammet-teva Bobbio – dell’intraducibilità dei due diversi linguaggi. Che non sono sovrapponibili. E quando nella storia – piò o meno recente – tali linguaggi hanno tentato sciaguratamente di intrecciarsi, non è emerso nulla di buono. Anzi. Penso al rapporto contro-verso dell’attualismo gentiliano con il fascismo, ad esempio. O al rapporto -ancora più controverso, se vogliamo – tra Heidegger e il nazismo.
Ciò vuol dire che tra cultura e politica non debbano gettarsi ponti? Niente affatto. Al contrario. E Bobbio non intendeva affermare questo. Ciò che invece intendeva asserire – con disincantato realismo, avrebbe detto Max Weber – è che la prassi politica non è mai l’esito, quasi fisiologico, della riflessione teorica. Lo ribadisce in De Senectude. Mai l’idea può pretendere di tradursi meccanicamente – e intera-mente – in prassi politica. E questo “assioma” – diciamo così – è tanto più evidente e cogente nel pluralismo dei regimi democratici. Studiati e analizzati a fondo – e per tutta la vita – dal filosofo torinese. Il ricorrente – e un po’ stucche-vole – “disagio degli intellettuali” non è forse dovuto alla registrazione sistematica di questa impossibile intradu-cibilità? Di questa irrealizzabile conver-sione? Non fosse altro perché il momento ne-cessario della prassi è contenuto già in ogni riflessione teorica. Così come il respiro teorico è già sempre presente in ogni agire pratico. Ce lo ha insegnato una volta per tutte Aristo-tele. Ce lo ha ripetuto Machiavelli. E ce lo ha ricordato Bobbio.
Ecco perché Bobbio ci manca davvero tanto. Ci manca soprattutto nella convulsa fase politica e culturale che stiamo vivendo. Oggi il suo pensiero – il tormento del suo appassionato e, nello stesso tempo, disincantato dubbio – sarebbe davvero “inattuale”. Perché in una società dove sembra essersi persa definitivamente la ragionevole capacità di distinguere, il suo pensiero critico sarebbe stato in esilio. Quel sentirsi in esilio in patria, di cui parlava san Paolo, riferendosi ai cristiani, per capirci. Essere, stare nel mondo. In questo secolo. Vivere nell’età del Figlio. Ma perfettamente consapevoli che noi non apparteniamo a questo mondo. Non ci sentiamo a nostro agio in questa casa. Perché la nostra vera casa è quella del Padre. La nostra vera casa è quella – nel sobrio, prosaico lessico del laico Bobbio – di un mondo migliore. Di una società, in altri termini, meno diseguale. Come ricordò alla “sua” sinistra. In quel prezioso libro Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica – che è stato recentemente riedito con una “aggiornata” prefazione di Matteo Renzi.
Al di là delle affrettate quanto ingenue liquidazioni postmoderne e post-politiche, in quel libro Bobbio ribadiva – con la lucidità analitica che lo ha sempre contraddistinto – le ragioni, direi quasi esistenziali, prima ancora che politico-culturali – di una dico-tomia. Di una distin-zione capitale. Che la nostra sinistra – post-ideologica, come si dice – non dovrebbe mai dimenticare. E cioè, che «l’uomo di sinistra è colui che considera ciò che gli uomini hanno in comune fra loro piuttosto che quello che li divide, e, per l’uomo di destra, al contrario, ciò che differenzia un uomo dall’altro è anche politi-camente più rilevante di quello che li unisce, la differenza fra destra e sinistra si rivela in ciò che per la prima l’eguaglianza è la regola e la diseguaglianza l’eccezione. Ne consegue che qualsiasi forma di diseguaglianza deve essere in qualche modo giustificata, mentre per l’uomo di destra vale esattamente il contrario, ossia che la diseguaglianza è la regola e, se un rapporto di eguaglianza fra diversi deve essere accolto, deve essere giustificato».
Caro Professore, non smettere di ricordarci – di ricordare soprattutto alla “tua” sinistra – la passione ideale per poter continuare a lottare politicamente – e culturalmente – per una società migliore.

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