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Renato Grispo, un amico che parte

di A.P. Recchia, A.G. Ricci, Guido Pescosolido

Martedì 16 febbraio 2016 presso l’Archivio centrale dello Stato, si è tenuta una Giornata commemorativa in ricordo del Prof. Renato Grispo, già sovrintendente all’Archivio centrale dello Stato e poi Direttore Generale degli Archivi.
Il Direttore di Tempo Presente, Angelo G. Sabatini, nello spirito dell’antica e solida amicizia con Renato e la moglie Anna, dedica loro alcune pagine della rivista riportando tre interventi tra quelli a Lui dedicati.


Antonia Pasqua Recchia
Segretario Generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e turismo
Ringrazio il Direttore dell’ACS Eugenio Lo Sardo per aver organizzato questo incontro commemorativo, partecipare al quale è per me un grande onore, un piacere, ma anche occasione di personale commozione e dolore.
È anche l’occasione per rivedere la Famiglia del Prof. Grispo e tanti colleghi ed amici con cui ho percorso un lungo tratto di strada all’interno del Ministero. Non intendo dunque soltanto portare i saluti istituzionali ad un evento che coinvolge una parte rilevante della nostra Amministrazione, bensì partecipare anche convintamente al ricordo collettivo di un grande uomo di cultura e di un esemplare rappresentante e servitore delle istituzioni quale è stato Renato Grispo, con un apporto personale in cui si mescolano inevitabilmente aspetti istituzionali e aspetti privati.
A quattro mesi dalla sua scomparsa è ancora vivo il dolore di sapere che non avremo più modo di incontrarlo e di ascoltare i suoi sempre vivacissimi giudizi, in generale sulle vicende politiche, nazionali e mondiali, ed in particolare su quelle che riguardano il nostro Ministero.
I relatori che oggi sono qui provvederanno a ricordare la figura di Renato Grispo nelle sue numerose sfaccettature di eminente studioso, di storico di prestigio, di archivista scrupoloso, di straordinario direttore generale, di efficiente Capo di Gabinetto, nonché di rigoroso magistrato della magistratura contabile.
Nella mia breve riflessione vorrei invece tratteggiare tre aspetti e qualità di Renato Grispo: la componente etica del suo essere servitore dello Stato; la straordinaria modernità della sua visione dell’agire amministrativo; la capacità organizzativa, quella che oggi definiremmo managerialità. La chiave di lettura è quella dell’analisi dei fatti e dei ricordi personali.
Renato Grispo ha svolto la sua lunghissima carriera in un settore come quello degli Archivi che, dal momento dell’inclusione nel Ministero per i Beni culturali e ambientali, è stato interessato meno di altri dalle numerose trasformazioni organizzative che, in quarant’anni di vita del Ministero, ne hanno modificato più volte assetti e competenze.
All’inizio l’attuale Mibact era un Ministero che si occupava solo di patrimonio culturale e di paesaggio, già organizzato per settori di patrimonio e già articolato con le poche Direzioni Generali (quattro) a cui afferivano le rispettive strutture territoriali, di cui quella degli Archivi era la più numerosa e diffusa sul territorio.
Un Ministero che Giovanni Spadolini aveva voluto eminentemente Tecnico ma che, come ogni amministrazione che agisce con atti, seguendo procedure e che emana provvedimenti, necessitava di una solida struttura e di adeguate competenze amministrative. Questa struttura, queste competenze, che in altri settori dell’organizzazione ministeriale erano a volte carenti (e ancor di più lo sarebbero diventate nei decenni successivi) erano invece fortissime (e lo sarebbero rimaste nei decenni successivi) nel settore degli archivi.
Io credo che Renato Grispo abbia un merito non secondario in questo.
Il tema dell’efficienza gestionale, che insieme all’economicità e all’efficacia è diventato un leit motiv ricorrente negli ultimi decenni, lo ricordo spesso da lui argomentato in alcune conversazioni serali a cui ho avuto il privilegio di assistere, insieme alla ferocissima condanna della malagestio della cosa pubblica che stava emergendo lentamente e che poi sarebbe improvvisamente esplosa negli anni di tangentopoli.
L’integrità dei comportamenti del funzionario pubblico costituiva una conditio sine qua non nelle sue conversazioni private e soprattutto del suo agire pratico di alto dirigente del Ministero, sovrapponendosi a qualsiasi altra qualità, tanto da disegnare un profilo di rigore morale assoluto nella gestione delle risorse pubbliche che nel settore degli archivi non sono state mai abbondanti ma che comunque hanno consentito, anche per suo merito, di sviluppare importanti progetti di rinnovamento delle sedi e di posizionamento del settore al centro delle politiche del Ministero.
La solidità della preparazione amministrativa, non soltanto tecnica, era la seconda qualità che riteneva fondamentale nel funzionario del Ministero e devo testimoniare, ancora come ricordo personale, le raccomandazioni affinché anche gli architetti acquisissero una formazione di base sul diritto amministrativo e sulla contabilità di Stato, oltre a disporre della propria specifica competenza professionale. Era quindi positivamente interessato ai percorsi formativi che nei primi anni Ottanta cominciavano ad essere proposti, anche ai tecnici del Ministero, dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.
Il secondo profilo a cui ho accennato ossia la modernità, direi l’attualità della sua impostazione lavorativa, la ritrovo soprattutto nel valore dato all’intersettorialità, alla contaminazione tra i diversi aspetti e settori della cultura e quindi anche di attività all’interno del Ministero.
Tutti quelli che hanno avuto il privilegio di frequentarlo in privato hanno conosciuto la sua ricchissima cineteca e la passione e la competenza dei suoi ragionamenti sullo spettacolo e sull’arte. A me pare che questa ampiezza dei suoi interessi di uomo di cultura si riverberasse anche nella visione della gestione del patrimonio culturale.
A me pare, ma gli eminenti relatori di oggi, che hanno seguito più da vicino il suo lavoro collaborando direttamente con lui potranno confermarlo o no, che Renato Grispo ritenesse necessaria, nel futuro degli archivi, una maggiore apertura ed integrazione con le altre forme del patrimonio culturale, soprattutto nelle politiche e nelle strategie di ampliamento della fruizione pubblica: gli archivi come luogo di conservazione della memoria e come luogo di elaborazione della conoscenza, ma anche come luogo/luoghi da conoscere e da visitare per la loro stessa consistenza fisica, monumentale e per la capacità di trasmettere metodologie e modelli di studio e di lavoro culturale.
Per questo era straordinariamente interessato a tutte le prospettive di innovazione tecnologica che hanno poi massicciamente investito il settore del patrimonio culturale. Occorre riconoscere che, come nelle biblioteche, anche negli archivi quella che sbrigativamente e genericamente si definiva “informatica” ha avuto modo di svilupparsi prima che in altri settori, come quello delle cosiddette “Arti”.
Si è trattato di un ruolo pionieristico che Renato Grispo ha svolto con passione e saggezza, aiutato da molti che sono qui oggi e ai quali è doveroso manifestare gratitudine da parte del Ministero.
L’attenzione, direi la curiosità vivace del vero intellettuale, verso le immense prospettive offerte dalle ICT, tecnologie della comunicazione e dell’informazione, alla cultura e all’organizzazione della fruizione culturale lo rendono persona attualissima e che possiamo considerare, anche in questo, “maestro”.
Infine è necessario ricordare la sua visione del ruolo internazionale che l’Italia può svolgere nel campo della cultura, a partire dalle finissime analisi geopolitiche quasi anticipatorie degli accadimenti attuali per finire con il rilevante posizionamento internazionale che Grispo riconosceva e caldeggiava non solo per il settore archivistico ma anche per quello della conservazione e del restauro.
Per questo credo che Renato sarebbe felice di sapere che proprio oggi l’Italia sta avviando un processo assai rilevante per la sua immagine di grande potenza culturale, in quanto tra un’ora verrà sottoscritto a Roma, nelle Terme di Diocleziano, uno storico accordo con l’UNESCO per mettere a disposizione dell’organizzazione internazionale una task force italiana costituita da esperti del Ministero, tutti tecnici volontari di altissima professionalità, e da esperti del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale, per operare in zone di crisi, a seguito di disastri naturali ma soprattutto per distruzioni e danni postbellici, per salvaguardare il patrimonio culturale dell’umanità.
Credo che i “Caschi blu della cultura” sarebbero piaciuti a Renato Grispo.
Il Ministero deve molto a Renato Grispo. Questo nuovo Ministero, così trasformato anche per corrispondere in modo più efficiente ed efficace alla sua missione istituzionale in una società che cambia, deve molto ad un uomo che ha lasciato esempi e modelli di altissimo valore, che si mostrano sempre più attuali e importanti.
Che ha lasciato un ricordo straordinario nei suoi collaboratori e un ricordo bellissimo e struggente nei suoi amici.
Quindi cara Anna, cari figli, da questo che è il primo omaggio a Renato da parte del “Suo” Ministero potrete trarre un piccolo aiuto per consolarvi della perdita.


Aldo G. Ricci
Sovrintendente all’Archivio Centrale dello Stato
Renato Grispo ha prestato servizio presso l’Archivio Centrale dello Stato fin dalla fondazione dell’Istituto, nel 1953, e ha continuato a lavorarvi, pur svolgendo nel frattempo incarichi esterni, fino al 1982, quando venne nominato direttore generale degli Archivi.
Ha quindi vissuto tutte le fasi cruciali della vita dell’Archivio: dalla sua fondazione al trasferimento nella sede dell’EUR, dal passaggio dal Ministero dell’Interno a quello dei Beni culturali (nel 1975) alla crescita improvvisa del personale alla fine degli anni settanta, con le immissioni legate ai provvedimenti per la cosiddetta occupazione giovanile.
Devo parlare di Grispo Sovrintendente, ma non posso non accennare a qualche ricordo personale sul periodo precedente, quando lo conobbi al momento della mia assegnazione all’Archivio, nel 1967.
Due aspetti in particolare. La sua visione del tutto originale sulle funzioni della biblioteca d’archivio, in particolare nel caso di un istituto atipico come l’ACS. E l’attenzione al rapporto tra l’archivista e gli studiosi che in numero sempre crescente frequentavano la sala di studio della nuova sede dell’EUR. Infatti, è proprio tra gli anni sessanta e settanta che l’Archivio centrale diventa un vero e proprio simbolo delle ricerche di storia contemporanea non solo in Italia ma anche all’estero.
Su questi punti il mio dialogo con lui è stato sempre caratterizzato, fin dall’inizio, da amicizia personale e consonanza intellettuale (il che non significa sempre identità di vedute), che portarono al mio coinvolgimento sia nella direzione della sala di studio (tenuta per diversi anni con l’amico Nicola Gallerano) sia nel lavoro in biblioteca e poi nella sua direzione, quando Grispo venne chiamato ad altri incarichi, conservando però sempre un’attenzione particolare per quella che riteneva una sua creatura.
E tale era effettivamente. Nata da una costola della biblioteca dell’Archivio di Stato di Roma, al momento della separazione, il suo potenziamento, attraverso acquisizioni, versamenti e acquisti è legato alla sua visione del suo ruolo specifico e al suo entusiasmo. “Qui, sono sue parole, si trattava di costruire dalle fondamenta e di tenere poi continuamente aggiornate le strutture di una biblioteca storica ed amministrativa moderna, che garantisse ai funzionari ma anche agli studiosi, strumenti di lavoro indispensabili, e fornisse i sussidi necessari all’interpretazione dell’immensa mole di documenti che nell’ACS già erano raccolti o più sarebbero stati nel prossimo futuro depositati”.
In questa ottica le acquisizioni spaziano dall’archivistica ad altre scienze ausiliarie della storia, storia politica d’Italia e non solo, storia delle amministrazioni e diritto pubblico. Un occhio attento alle possibilità dell’antiquariato, alla storia dell’Italia contemporanea, e in particolare al ventennio fascista, su cui la documentazione d’archivio era particolarmente ricca e attirava sempre più spesso la ricerca degli storici.
Il patrimonio venne anche ampliato curando i versamenti da parte di varie amministrazioni (specie dal Ministero dell’Interno, dal quale gli archivi dipendevano fino al 1975), in particolare degli atti ufficiali dei ministeri e della letteratura cosiddetta grigia, che avevano contribuito a estendere il cerchio di interessi e prospettive di ricerca in direzioni diverse da quelle tradizionali.
Proprio dall’Interno provengono alcune delle raccolte (giornali, opuscoli, volantini, spesso oggetto di sequestro) che fanno della biblioteca del Centrale un unicum.
Un altro punto forza è certamente la possibilità di consultazione diretta (a cui Grispo teneva molto) di una gran parte dei repertori e degli atti ufficiali. E ancora la grande raccolta delle pubblicazioni che hanno utilizzato i documenti d’archivio, che riunisce ormai oltre 6000 monografie in sessanta anni di attività (per non parlare degli articoli, saggi ecc.). Oggi, il patrimonio di 200.000 volumi, migliaia di giornali, riviste, opuscoli, atti ufficiali ecc. fa della nostra biblioteca una delle più importanti per la storia contemporanea e non solo. E l’esperienza di questi decenni ha confermato la giustezza dell’intuizione di Grispo circa l’importanza per gli studiosi di poter avere a diretta disposizione, durante le ricerche d’archivio, gli strumenti bibliografici e documentari necessari a completare e interpretare le notizie e i dati dei documenti originali.
Ma veniamo direttamente al Grispo Sovrintendente. Siamo nel periodo della nascita del Ministero per i beni culturali e ambientali (1975), per impulso di Giovanni Spadolini. Gli archivi inizialmente non erano previsti nel progetto. Vi arrivano in extremis, sull’onda di interventi di politici e studiosi, e dell’entusiasmo di gran parte degli archivisti, a cominciare dall’ex sovrintendente Leopoldo Sandri e, naturalmente, dello stesso Renato Grispo.
Gli archivi entrano nel nuovo ministero con il ruolo del parente povero, rispetto al peso prevalente delle Antichità e belle arti. Negli anni la situazione migliorerà, almeno in parte, e molto si deve al prestigio e all’impegno di Grispo, sia sul piano interno che a livello internazionale, prima come sovrintendente e poi come direttore generale. Inoltre al momento del passaggio nessuna innovazione normativa era prevista nell’ordinamento archivistico, per cui si è parlato di un ministero nato come scatola vuota. E a questo Grispo sovrintendente risponderà con specifiche proposte, prima per l’ACS e poi per gli archivi.
Un altro problema di quel periodo fu l’applicazione della legge sulla dirigenza agli archivi, che non prevedeva primi dirigenti al Centrale, ma solo un dirigente generale (il sovrintendente) e un dirigente superiore (il vice).
Di qui la partenza dall’istituto, in quel periodo, di alcuni dei funzionari più anziani, con una perdita di esperienza che peserà negli anni proprio in coincidenza con la fase in cui Grispo assumerà le maggiori responsabilità nell’Istituto.
Siamo nel luglio del 1976, quando Grispo viene nominato vice sovrintendente, durante la sovrintendenza di Antonino Lombardo, assumendo subito un ruolo centrale nell’organizzazione e nel potenziamento delle attività dell’Istituto, e a novembre viene inaugurata la prima mostra storico-documentaria della sua storia, dedicata a Giacomo Matteotti.
L’anno successivo, con il pensionamento di Lombardo, si apre il problema della successione. Ne parlo perché non è un passaggio scontato. Grispo non era il dirigente superiore più anziano e questo era uno dei criteri prevalenti fino a quel momento.
La sua nomina, alla fine di luglio del 1977, infrange quindi in un certo senso una consuetudine consolidata, facendo prevalere il principio della competenza e del suo radicamento nella vita dell’istituto.
Il nuovo sovrintendente ha le idee chiare sulle necessità connesse al ruolo dell’Archivio nel nuovo assetto normativo e presenta un progetto di legge in questo senso che in parte si ricollega ad alcune idee già formulate da Armando Lodolini, sovrintendente al momento della nascita dell’ACS.
In primo luogo il cambiamento della denominazione di ACS in Archivio Nazionale, un cambiamento che in una fase fondativa, come quella della nascita del nuovo ministero, era certamente da sottoscrivere e di cui sono evidenti le molte implicazioni. Poi l’attribuzione del compito della valorizzazione, accanto a quelli già previsti della conservazione e della sorveglianza. E ancora quello della conservazione di archivi privati e il versamento degli archivi storici di Esteri e Difesa, della Camera e del Senato. La vigilanza sugli archivi degli enti pubblici nazionali e la creazione di un archivio intermedio per le amministrazioni centrali. Inoltre l’acquisizione dell’archivio delle pubblicazioni dello Stato, che avrebbe eliminato un istituto tagliato fuori dai circuiti della ricerca e integrato le raccolte di letteratura grigia già possedute. Ancora la realizzazione di un laboratorio di restauro e di una scuola di archivistica moderna, l’autonomia amministrativa e l’assegnazione di quattro dirigenti di prima fascia, oltre al vice sovrintendente. Era una fase di grandi entusiasmi in cui molto, se non tutto, sembrava possibile.
Il progetto non ebbe seguito, anche se negli anni alcuni dei punti previsti si sarebbero realizzati, di fatto o per legge.
Il trasferimento dei funzionari più anziani dell’Istituto coincise con un periodo di crescita vertiginosa e prima impensabile del personale, dovuta sia a un concorso, sia soprattutto alle assunzioni per le norme previste per la cosiddetta ‘occupazione giovanile’. In pochi mesi da 40 unità si passò a poco meno di 200, con problemi organizzativi, logistici e d’inserimento che si possono facilmente intuire. Una fase magmatica ed entusiasmante, che si potrebbe definire ‘costituente’ e che, come funzionario più anziano rimasto su piazza, ho vissuto a diretto contatto con Grispo, verificando quotidianamente quanto il suo ottimismo della volontà, unito a un sano realismo fossero importanti per risolvere i mille problemi di una fase così difficile.
Nello stesso periodo era stato introdotto, nel lavoro dell’Istituto, il concetto di programmazione non solo nell’ambito tradizionale della gestione amministrativa, ma anche nell’attività tecnicoscientifica (un concetto che venne recepito a livello ministeriale solo nel 1982). Vennero messe in cantiere le inventariazioni di alcune delle serie più consultate della Pubblica sicurezza, e in particolare del Casellario politico centrale, della Direzione generale antichità e belle arti, della Marina, delle Armi e munizioni, di molti archivi privati. La costituzione dell’archivio fotografico, l’automazione della serie dei telegrammi dell’Ufficio cifra del ministero dell’interno. La schedatura del materiale a stampa (per lo più oggetto di sequestro) conservato soprattutto nelle serie della PS. Infine la ricerca e la schedatura per il decennio 69-78 delle opere che avevano utilizzato i documenti dell’archivio, materiali poi confluiti nella bibliografia uscita nel 1986, a cui si è già accennato.
Grispo aveva anche ben chiaro che la vitalità di un archivio specificamente chiamato a conservare e valorizzare la documentazione moderna e contemporanea era legata alla capacità di incrementare il suo patrimonio documentario. A questo scopo, prima attraverso le diverse commissioni di sorveglianza, poi con l’invio di personale dell’archivio, si propose di avviare un censimento degli archivi di deposito dei ministeri e un incremento dei versamenti. Un progetto lungimirante che solo in alcuni casi (per esempio presso la Pubblica Istruzione, con il versamento di oltre 6000 pezzi delle Antichità e Belle arti) portò a risultati concreti a breve, ma che avrebbe trovato seguito negli anni successivi con censimenti sistematici presso i diversi ministeri e un incremento vertiginoso dei versamenti documentari.
In quello stesso periodo, nell’ambito del progetto nazionale per la pubblicazione della Guida generale degli archivi di Stato, proseguiva la redazione delle voci relative ai diversi fondi da parte degli archivisti dell’Istituto, e nel 1981 veniva pubblicato il primo volume della Guida, che si apriva proprio con la voce Archivio Centrale dello Stato , curata da Paola Carucci, che riportava i versamenti fino al 1980.
Proprio all’iniziativa e ai rapporti personali e istituzionali di Renato Grispo si deve il deposito presso l’Istituto dell’archivio privato di Ugo La Malfa, ricco di oltre 250 buste. Il deposito ebbe luogo attraverso i contatti del Sovrintendente con la famiglia e l’Istituto La Malfa. L’evento aveva un importante significato perché, come scriveva lo stesso Grispo nella relazione annuale “riprendeva la nobile tradizione degli uomini politici dello stato postunitario (Giolitti, Crispi, Depretis, Nitti, Orlando) che si era interrotta nell’ultimo dopoguerra”.
Per sottolineare l’importanza di questa inversione di tendenza, nel 1981, alla presenza del Presidente Pertini, venne inaugurata una mostra storico-documentaria dedicata allo statista repubblicano, che si sarebbe rivelata esemplare per molte iniziative successive. Proprio per il ruolo di La Malfa, prima come oppositore del fascismo e poi come uomo di governo, la sua biografia politica vedeva infatti alternarsi e complementarsi nella mostra documenti dell’archivio privato e dei fondi conservati presso l’ACS o presso altri archivi, secondo un modello che continuerà ad avere fortuna. In quella occasione venne anche avviato il progetto per la pubblicazione degli scritti di La Malfa, a partire dai documenti del suo archivio.
Ma il deposito e le manifestazioni ad esso collegate, al di là del loro valore intrinseco, ebbero anche un altro importante effetto: promuovere il deposito o il versamento presso l’ACS di altri archivi privati (politici, ma non solo) invertendo una tendenza alla dispersione che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Inutile farne l’elenco. Ricordo solo, per affinità, gli archivi di Ferruccio Parri e Pietro Nenni, ai quali negli anni successivi saranno dedicate mostre e pubblicazioni sul modello di quelle realizzate per La Malfa.
Nel luglio del 1982, Grispo lasciava l’ACS per assumere la direzione generale per i beni archivistici. Gli subentrava Mario Serio, che guiderà l’istituto per circa dodici anni, e che con Grispo manterrà un forte rapporto di collaborazione dialettica, portando avanti molte delle iniziative da lui avviate e avviandone altre in direzioni nuove e originali.
Spero di non aver dimenticato nulla di essenziale su quel periodo.
Concludendo questo breve excursus sulla sovrintendenza Grispo, ancora poche parole sull’uomo con il quale ho avuto il piacere di lavorare a diretto contatto per quindici anni, mantenendo poi ancora uno stretto rapporto negli anni successivi al 1982.
Uno dei tratti del suo carattere, pubblico e privato, che mi ha sempre colpito è stato l’approccio positivo e costruttivo con il quale affrontava i problemi che via via si ponevano nel lavoro. La disponibilità nei confronti dei collaboratori e di punti di vista diversi dal suo. La ricchezza di relazioni, professionali e umane, che aveva costruito intorno a lui una fitta rete di legami nel mondo scientifico e archivistico, italiano e internazionale. Il valore che attribuiva all’amicizia sincera e disinteressata, senza la quale anche i rapporti di lavoro perdono di spessore e di autenticità.
La sua casa, che ho avuto più volte il piacere di frequentare, riscaldata anche dall’affettuosa ospitalità della moglie Anna (che qui saluto e abbraccio idealmente), è stata per anni il punto d’incontro di amici uniti dagli interessi intellettuali oltre che da anni di frequentazione. Dopo averli conosciuti in archivio, lì ho ritrovato, partecipando ad animate e illuminanti discussioni, Renzo de Felice, Rosario Romeo, Carlo Ghisalberti, per citare solo i primi nomi che mi vengono in mente. E questi rapporti sono importanti almeno quanto quelli che venivano intrattenuti quotidianamente sul luogo di lavoro. Approfitto quindi di questa occasione per ringraziare Anna e, attraverso di lei, Renato, per i tanti anni che mi hanno regalato di una preziosa amicizia che mi ha arricchito professionalmente e umanamente.


Guido Pescosolido
Professore ordinario di Storia moderna
Renato Grispo storico
Conobbi Renato Grispo nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso in una delle cene che di tanto in tanto Rosario Romeo organizzava a casa sua, o in qualche ristorante romano, per incontrare i suoi colleghi e amici più stretti che vivevano a Roma. Generalmente non partecipavano agli incontri più di sei-otto persone e complessivamente il gruppo di coloro che a turno vi si avvicendavano non era molto ampio. Gli storici erano ovviamente in maggioranza: Giuseppe Talamo, Renzo De Felice, Ruggero Moscati, Carlo Ghisalberti, Girolamo Arnaldi, Emilia Morelli, Paolo Ungari, più di rado Alberto Aquarone, Giovanni Spadolini; tra i più giovani, Luigi Compagna, Elio D’Auria, il sottoscritto. Ma non mancavano i filosofi (Gennaro Sasso, Lucio Colletti, Angelo Sabatini, col quale Romeo ebbe un legame personale particolarmente stretto); c’erano poi il critico letterario russista Ignazio Ambrogio, l’economista Massimo Finoia, alcuni giornalisti (Nanni Cervigni, più tardi Alberto Ronchey, molto più di rado Enzo Bettiza). Era un gruppo che, tranne poche eccezioni, ideologicamente e politicamente si collocava in quell’area liberaldemocratica e repubblicana nella quale si ritrovava anche Renato Grispo, che, assieme alla signora Anna, era tra i più assidui frequentatori di casa Romeo, e spesso ricambiava con inviti a casa sua. Inviti che ebbi l’onore di ricevere anch’io, ricambiandoli a mia volta, per incontri conviviali che ricordo con molta nostalgia.
Sulle prime, poiché i Romeo, i De Felice e gli altri non concedevano facilmente a chicchessia quel tipo di familiarità, ritenni, nella mia ignoranza, che il legame con Grispo fosse dovuto quasi esclusivamente alla sua posizione nel sistema degli archivi, specie quando divenne sovrintendente nell’Archivio Centrale dello Stato. In realtà mi resi conto ben presto che in quel rapporto c’era molto di più e che Grispo era tenuto in grande considerazione non solo e non tanto per la sua posizione nell’amministrazione pubblica e per la sua impareggiabile conoscenza e insuperabile capacità organizzativa e direttiva di strutture archivistiche, quanto per l’unanime apprezzamento della sua statura di storico e di acuto osservatore di politica nazionale e internazionale. A ciò si aggiungeva il riconoscimento della sua cultura generale, che spaziava dalla storia generale alla storia dell’arte, alla letteratura, alla filosofia.
In effetti, Grispo, che nel 1950-51 era stato borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, di cui Romeo era allora segretario e Federico Chabod direttore, dopo aver intrapreso la carriera amministrativa come funzionario del Ministero dell’interno, aveva continuato a collaborare con riviste di analisi e discussione culturale e politica come «Lo Spettatore Italiano», «Rassegna Parlamentare», «Tempi Moderni», «Terzo Programma», «L’Urbe», e anche con riviste strettamente storico scientifiche che andavano, e vanno ancora, per la maggiore in Italia e all’estero: «Il Mulino», «Nuova Rivista Storica», «Clio» fondata e diretta da Ruggero Moscati, «Passato e Presente», «Nuova Antologia», «Storia contemporanea » fondata da poco da Renzo De Felice, e, ovviamente, la «Rassegna Storica degli Archivi di Stato». Inoltre aveva realizzato importanti studi di storia delle relazioni internazionali e della politica estera italiana, dai quali emer-geva il profilo di uno studioso acuto, penetrante, equilibrato, perfettamente padrone della letteratura interna e internazionale e capace di portarvi contributi scientifici di grande interesse e attualità.
Nel 1959 aveva pubblicato nella «Nuova Rivista Storica» un intervento sul problema della Venezia Giulia nei giornali triestini del 1943-45, nel 1962 aveva curato la traduzione italiana della Breve storia del mondo: dal 1914 al 1961 di David Thomson, nel 1963 aveva pubblicato uno dei suoi scritti scientificamente di maggior peso, il saggio Il patto a quattro – La questione austriaca – Il fronte di Stresa, inserito in una raccolta di saggi su La politica estera italiana dal 1914 al 1943, nella quale, accanto al suo, figuravano contributi di studiosi del calibro di Augusto Torre, Rodolfo Mosca, Ruggero Moscati, Renato Mori, Mario Toscano, Gianluca Andrè, Pietro Pastorelli. Nel 1966 aveva curato la traduzione della Nuova storia degli Stati Uniti di William Miller con prefazione di Raimondo Luraghi. Nel 1970, in un’edizione italiana ridotta, tradotta e aggiornata a sua cura, aveva fatto uscire la Geografia delle relazioni internazionali di John P. Cole, e, soprattutto, aveva dato alle stampe quella che poi è rimasta la sua pubblicazione di maggior mole: Mito e realtà del Terzo Mondo, un volume di oltre 600 pagine di cui circa 330 di testo e il resto di documenti importanti e di non semplice reperimento da parte del pubblico in rapida crescita anche in Italia dei cultori della storia del Terzo Mondo.
L’interesse predominante per le relazioni internazionali e la storia del Terzo Mondo non gli aveva fatto dimenticare la storia interna. Nel 1968-69 erano stati pubblicati dall’Archivio Centrale dello Stato, a cura di Salvatore Carbone e Renato Grispo, con introduzione di Leopoldo Sandri, due volumi di complessive 1.411 pagine, col titolo L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876). Si trattava di un’operazione di grande interesse e importanza storiografica, perché, come è noto, contemporaneamente a quella privata e arcinota di Franchetti e Sonnino, i cui risultati erano stati pubblicati nel 1876 (L. Franchetti e S. Sonnino, La Sicilia nel 1876, Firenze 1877, voll. 2), si era svolta anche un’inchiesta parlamentare per opera di una Giunta per l’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, istituita nel luglio 1875. La relazione finale dell’inchiesta era stata pubblicata nel luglio 1876, un anno prima di quella di Franchetti e Sonnino (R. Bonfadini, Relazione della Giunta per l’inchiesta sulle condizioni della Sicilia, Roma 1876). La Relazione Bonfadini era rimasta poi quasi del tutto oscurata da quella dei due meridionalisti toscani, anche se era stata successivamente parzialmente e anche per intero ripubblicata. Ciò che era invece rimasto sconosciuto agli studiosi era l’imponente materiale documentario raccolto (questionari, interrogatori, verbali) sul quale la Relazione finale era stata costruita. La pubblicazione promossa e curata da Grispo e Carbone metteva dunque per la prima volta a disposizione degli studiosi un materiale inedito e prezioso per comprendere la realtà della Sicilia post-unitaria, e in particolare della mafia e delle strategie di lotta adottate dallo Stato per combatterla. Un materiale quindi che conserva ancora oggi tutta la sua cruciale attualità e di cui solo uno storico di grande acume e aggiornata cultura poteva cogliere l’importanza.
Tuttavia la sorpresa maggiore Grispo me la riservò quando, scorrendo gli indici della Nuova Rivista Storica, notai il titolo di un saggio, a sua firma, che per un attimo mi fece pensare a un’omonimia: Dalla Mellaria a Calagurra. Un contributo per l’interpretazione della guerra sertoriana, in «Nuova Rivista Storica», maggio-agosto 1952. Per me Grispo era uno studioso dell’età contemporanea. Non poteva averlo scritto. Invece era proprio suo. E così appresi che i suoi primi studi storici erano stati di storia romana, per la quale aveva vinto la ricordata borsa dell’Istituto Croce di Napoli, e che nell’Università di Messina aveva iniziato una brillante carriera universitaria divenendo assistente ordinario. Presto aveva però deciso, con grande rammarico del suo maestro, di abbandonare l’università vincendo un concorso per entrare nella pubblica amministrazione. E aveva ragione di rammaricarsi, il suo maestro, perché l’autore di quel saggio dimostrava una cultura storiografica, una padronanza nella metodologia di ricerca, un acume critico e interpretativo, una forza e persuasività di giudizio proprie non di un giovane alle prime armi, ma di uno storico pienamente maturo.
Il saggio ripercorreva con grande padronanza la vita di Sertorio dal momento del suo abbandono della Mauritania nell’80 a.c. fino alla morte avvenuta otto anni dopo per mano di Perperna. L’autore si misurava con grande sicurezza con fonti contrapposte (Plutarco, Appiano, Sallustio, Floro, Orosio, Frontino, Gellio, Plinio) e con la storiografia più autorevole sul tema: da Carcopino a Treves, da Maurenbrecher a Kritz, da Schulten a Drumann-Groebe, da Neumann a Edler, da Dronke a Dietsch, da Mommsen a Lange. Discuteva con finezza e persuasività episodi, grandi e piccoli delle manovre diplomatiche e militari della guerra sertoriana, e proponeva autorevolmente una visione d’insieme della figura di Sertorio che confutava quella del Treves, secondo la quale quello di Sertorio era stato il «governo legittimo di quel proletariato italiano, religioso custode e tutore della migliore tradizione romana, esule e alleato dei barbari, solo perché costretto da Silla a lasciare l’Italia e Roma». Grispo concludeva ben altrimenti la sua analisi: «Gli eventi e la sua abilità di condottiero hanno fatto di lui il capo dell’insurrezione degli Iberi, il protettore degli esuli democratici di Roma; dei loro sogni egli si serve nel tentativo di costruirsi un forte e sicuro dominio personale. Con Roma tutto è finito da tempo… Nei periodi in cui più rovente imperversa la passione politica, solo una storiografia sentimentale o retorica può credere ancora di scorgere moventi ideali sotto l’evidenza più cruda delle necessità o delle ambizioni… dei singoli… (che) avevano già da tempo sommerso, sotto la valanga degli interessi di parte, quella che era stata la concezione austera della res romana» (p. 217).
Undici anni dopo nel saggio sul patto a quattro il tema era stato molto diverso, l’epoca storica posteriore di oltre 2.000 anni, ma c’era la stessa sicurezza nell’uso delle fonti, la stessa forza di penetrazione, la medesima capacità di cogliere le sfumature dei maneggi diplomatici, di valutare scelte e strategie di politica estera, di rappresentare la grande portata del passaggio storico della prima metà degli anni Trenta del Novecento, quando ancora tutto era possibile per evitare ciò che poi avvenne. Nella divisione tematica della raccolta il saggio di Grispo delineava quindi la fase della politica estera fascista compresa tra il siluramento nel 1932 del Ministro degli esteri Dino Grandi e l’adesione agli accordi di Stresa del 1935. Grispo affrontava preliminarmente il delicato rapporto intercorso nel 1925-1932 tra Grandi e Mussolini: il primo, ministro degli esteri che avrebbe dovuto attuare una linea solo apparentemente pacifista e accomodante con i vincitori della grande guerra, per coprire le reali intenzioni imperialistiche del regime; il secondo, capo del governo progressivamente sempre più sospettoso che la linea che doveva essere solo apparentemente, e comunque sempre parzialmente, concorde con quella della Lega delle Nazioni, della Francia e dell’Inghilterra, Grandi l’avesse attuata in realtà anche nella sostanza, finendo per legare mani e piedi l’Italia al pacifismo e alla linea di disarmo della Lega delle Nazioni e agli obiettivi franco-inglesi di conservazione degli equilibri di Versailles (e quindi per l’Italia della pace mutilata). Con ciò Grandi avrebbe compromesso, o quanto meno fortemente ristretto, gli spazi di autonomia della posizione internazionale dell’Italia. E questo fu quanto Mussolini disse in pubblico e in privato quando, estromesso Grandi, assunse direttamente anche il dicastero degli esteri. Grispo sottolinea che indubbiamente l’estromissione di Grandi fu un messaggio forte rivolto alle potenze internazionali della volontà dell’Italia di contare assai più di quanto non fosse avvenuto sino a allora. Il duce del resto si sentiva forte sul piano sia europeo che extra-europeo, data la tenuta ormai decennale del suo governo, divenuto regime, data la capacità di questo far fronte alla crisi del 1929 meglio dei regimi liberali, tutti gravemente in crisi, e data anche l’avanzata in Europa di regimi totalitari fascisti e parafascisti che più o meno apertamente si richiamavano al credo mussoliniano. Ma Grispo sostiene anche che nel duce agì il celato desiderio di liberarsi di un personaggio di cui cominciava a temere l’intelligenza e la popolarità, e che il desiderio di coprire questa seconda e meno nobile verità lo portò ad accentuare ed esasperare i toni del rilancio della richiesta di revisione dei trattati di pace, le dichiarazioni di sfiducia nella Società delle Nazioni, la richiesta ossessiva di riconoscimento con fatti concreti del peso e del prestigio italiano nel mondo, l’azione a favore della presenza paritaria della Germania nella Conferenza per il disarmo. Insomma tutte cose che provocavano il disappunto e l’ostilità delle potenze occidentali, che non era proprio quello di cui, lascia intendere Grispo, l’Italia aveva bisogno. Nelle successive biografie sia di Grandi che di Mussolini tale contrasto interno al partito ha trovato pieno riscontro.
Per Grispo comunque non fu tanto questo contrasto personale il lato più debole della politica estera fascista, bensì il fatto che Mussolini non aveva veramente in mente obiettivi chiari e strategie definite, stabili e soprattutto coerenti per rafforzare la posizione dell’Italia sul piano internazionale. Il suo scopo più certo era la ricerca di affermazioni anche di sola facciata da spendere all’interno per contenere in qualche modo il crescente malcontento popolare causato dalla crisi economica che ormai si faceva sentire anche in Italia. Di qui le incertezze, le ambiguità, i doppi giochi e le contraddizioni nella condotta mussoliniana fino al 1935: affermazioni di rifiuto dell’azione pacifista della Società delle Nazioni (Balbo nel Popolo d’Italia 31 luglio 1932) e di qualunque dottrina basata sul pregiudiziale postulato della pace (Mussolini nel XIV volume dell’Enciclopedia italiana stessi giorni), ma nel contempo nessun passo concreto per uscire dalla Società delle Nazioni e dalla Conferenza per il disarmo, e, nel discorso per il decennale della marcia su Roma il 23 ottobre ’32, presa di posizione contro ogni forma di aggressione e di «guerra di dottrina» unita a espressioni ora concilianti verso la Società delle Nazioni; contrarietà a ogni forma di egemonia di qualunque singola potenza in Europa e, nel contempo, proposta di collaborazione tra le quattro grandi potenze europee, che avrebbero, di fatto, costituito una sorta di direttorio che avrebbe esautorato l’organizzazione internazionale esistente. Infine Grispo, che è molto efficace nella ricerca degli elementi contraddittori e anche dei limiti reali di successi e insuccessi della condotta mussoliniana, sottolinea che sicuramente furono un successo di Mussolini le conversazioni dell’autunno del 1932 che portarono al ritorno della Germania in seno alla Conferenza per il disarmo, ma rileva anche che Weimar non mostrò per questo alcuna gratitudine verso l’Italia e non concesse nulla in cambio, né in termini generali, e neppure sul piano più specifico e limitato di una qualche attenuazione dell’atteggiamento tedesco a favore delle minoranze italiane dell’Alto Adige. Tutt’altro.
Le pagine che Grispo dedica all’analisi del groviglio austro-tedesco-balcanico dopo il 1932 sono impeccabili, insuperate dalla pur corposa letteratura cresciuta successivamente sul tema. L’appoggio italiano al revisionismo dei trattati di pace a favore della Germania fu accordato anche all’Ungheria nell’ambito di un tentativo rivelatosi poi velleitario di coagulare sotto l’alto patronato italiano Austria, Ungheria e Jugoslavia in un’unione doganale in funzione antitedesca. Il disegno collideva però con il fatto che la Jugoslavia non era favorevole al revisionismo filo-magiaro del trattato di pace. Se attuato, esso avrebbe infatti avuto un inevitabile effetto anti-jugoslavo. Ma il disegno di concordia con la Jugoslavia contraddiceva anche la segreta aspirazione italiana all’indebolimento, se non alla disgregazione, della Jugoslavia stessa, contro la quale si dava asilo ai fuoriusciti croati. Ma il revisionismo filo magiaro contrastava poi con lo stesso revisionismo filotedesco e le aspirazioni che questo nutriva sul fronte del Danubio. Insomma, intorno all’unico punto certo dell’appoggio all’Ungheria, secondo Grispo era tutto un susseguirsi confuso, incerto e contraddittorio di andirivieni della politica mussoliniana tra revisionisti e antirevisionisti che era utile sul momento alla sua propaganda interna, ma nella sostanza non riuscì ad arginare l’avanzata dell’influenza tedesca nei Balcani, né ad evitare l’Anschluss, né tanto meno a instaurare quella sorta di egemonia politico-economica cui il regime aspirava.
In questa velleitaria condotta, priva di un chiaro e coerente disegno complessivo, Grispo colloca anche i primi segnali di preparazione dell’impresa etiopica, che poi sarà l’unico terreno sul quale si arriverà a un concreto, anche se avvelenato ed effimero, risultato. Ma per il momento non se ne parlava quasi perché il farlo avrebbe significato la rottura definitiva sul fronte francoinglese, mentre la crescita e l’affermazione del movimento nazista si profilava, nonostante l’affinità ideologica, tutt’altro che tranquillizzante per le aspirazioni italiane nell’Europa balcanica. Grispo ben coglie la contraddittorietà tra l’atteggiamento di favore per l’affermazione del movimento nazista, visto come fortemente affine a quello mussoliniano, e l’oggettivo conflitto di interessi esistente per l’Italia nell’area austrodanubiano-balcanica con un regime totalitario pan-germanista come quello hitleriano. Era chiaro che la rotta antifrancese e filo-tedesca assunta col siluramento di Grandi poteva essere gravida di pessime conseguenze, ma il duce non poteva di colpo smentire le roboanti dichiarazioni che avevano accompagnato il siluramento di Grandi. Avrebbe perso completamente la faccia. Né si voleva rinunciare alle immediate ricadute propagandistiche di una linea di politica estera autonoma tra Oriente e Occidente, che avrebbe potuto preludere a una sorta di eminenza super partes dell’Italia in Europa, approfittando sia degli evidenti colpi subiti dalla Società delle Nazioni da parte del Giappone e dello scacchiere medio-orientale, sia delle perduranti difficoltà della Conferenza sul disarmo di giungere a una conclusione. Occorreva una fase di transizione, e fu per questo che, secondo Grispo, nella primavera del 1933 Mussolini assunse l’iniziativa di promuovere il “Patto a quattro”, annunciato poi pubblicamente in giugno dopo tre mesi di estenuanti trattative.
Come è noto, in base ad esso Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania avrebbero dovuto adottare una politica comune nelle questioni europee e coloniali e operare consensualmente una revisione dei trattati di pace nell’ambito della Società delle Nazioni. Accolto favorevolmente dalla Germania, ebbe critiche dalla Camera dei Comuni, e fu osteggiato decisamente dai paesi della Piccola Intesa, dalla Polonia, dalla Turchia, e dall’Unione sovietica che vi vide l’ennesima manovra del capitalismo imperialistico occidentale contro di essa. La Francia fece peraltro di tutto per svuotarlo di ogni reale contenuto politico. Infine fu sottoscritto un semplice accordo di collaborazione e consultazione, mai ratificato da Francia e Inghilterra, che non significava nulla. Intanto però Mussolini aveva preso tempo, e quando in ottobre del 1933 la Germania si ritirò dalla Conferenza per il disarmo e dalla Società delle Nazioni, il revirement in direzione franco-inglese trovava più solide giustificazioni e giungeva dopo circa un anno dal siluramento di Grandi.
La ricostruzione effettuata da Grispo della fase europeo-occidentale della politica estera fascista culminata negli accordi Mussolini-Laval del gennaio 1935 si presenta ancora oggi come un contributo valido e illuminante per la comprensione delle vicende di quegli anni e anche delle contraddizioni che continuarono a caratterizzare la politica estera fascista anche dopo la rottura tedesca: da un lato patto di amicizia e non aggressione con la Russia, adesione al trattato antibellico latino-americano e dall’altro rinnovati attacchi alla Società delle Nazioni; opposizione alla pressione tedesca sull’Austria e nei Balcani e nel contempo sostegno alla tesi della parità militare degli stati vinti con quelli vincitori della prima guerra mondiale.
A quest’ultimo riguardo Grispo è abbastanza deciso nel segnare i limiti strategici e tattici di una linea antitedesca che egli giudica in linea di principio giusta. Si rivelò, infatti, un grave errore pensare di poter contrastare la Germania in Austria e nei Balcani senza una scelta di campo a favore di Francia e Inghilterra. L’appoggio deciso al tentativo clerico-fascista di Dollfuss che portò all’eliminazione della socialdemocrazia austriaca nella convinzione che con ciò e con la protezione dell’Italia si sarebbe bloccato il nazionalsocialismo austriaco e quello tedesco si rivelò un tragico errore per Dollfuss e per le sottintese speranze egemoniche di Mussolini nei Balcani. Ne derivò, in effetti, nell’immediato una effimera ascesa di prestigio e influenza economica dell’Italia che sottoscrisse nella tarda primavera del 1934 accordi commerciali con Austria e Ungheria e vide crescere la sua credibilità a Vienna e Budapest. Ma da ciò derivò anche un rilancio del revisionismo filo-ungherese che suscitò l’ostilità della Piccola intesa e della Jugoslavia. E il discorso imperialistico di Mussolini nel marzo 1934 che proiettava l’Italia in Asia e Africa suscitò preoccupazione in Turchia e anche in Francia.
L’assassinio di Dollfuss del luglio 1934 dimostrò tutta la fallacia del piano strategico mussoliniano, anche se sul momento la risposta e i segnali lanciati da Mussolini alla Germania furono tali da arrestarne la manovra annessionista e rafforzare la credibilità italiana in Austria e Ungheria. In realtà sarebbe occorso secondo Grispo spingere con forza sul riavvicinamento italo-francese, anche se questo avrebbe comportato la rinuncia alla politica filo-croata, al revisionismo filo-ungherese che urtava la Piccola intesa e la stessa Jugoslavia, alle ultime posizioni privilegiate degli italiani in Tunisia, ad alcune correzioni di confine del Sud libico e tra Somalia francese e Eritrea. In definitiva significava smentire tutta la politica filo ungherese sino a allora attuata e perdere del tutto l’aspirazione ad essere un soggetto autonomo tra Oriente e Occidente. Era però il prezzo ineludibile per concludere le deliberazioni dell’aprile 1935 che sembrarono aprire la via a Stresa alla costituzione di un forte fronte italofranco-inglese in funzione anti-tedesca.
In realtà, concludeva Grispo, fu un accordo fragile, nel quale nessuna delle tre parti si sentiva sicura e si fidava sino in fondo dell’altra, né tanto meno era disposta a sacrificare più di tanto i propri interessi e le proprie ambizioni. Il patto franco-sovietico del maggio ’35 e l’accordo navale anglo tedesco del giugno giunsero subito a dimostrarlo. E l’impresa etiopica dell’Italia avrebbe di lì a poco dimostrato che neppure l’Italia aveva compreso sino in fondo cos’era il nazismo e fino a che punto Hitler era disposto a spingersi.
Il saggio di Grispo sulla politica estera aveva rivelato dunque uno storico di prim’ordine, dotato di grande cultura e di mature e raffinate capacità interpretative, animato da uno spiccato interesse per i grandi problemi e i grandi processi storici internazionali. E tale sua vocazione trovò pieno sviluppo negli anni successivi, quando il suo sguardo si posò sulle vicende post-belliche. Negli anni Sessanta i temi dei suoi studi si ampliarono, infatti, decisamente fino ad inquadrare l’immensa problematica della decolonizzazione e dello sviluppo del Terzo Mondo.
Nel 1970, come già detto, uscì, per le Edizioni ERI, Mito e realtà del Terzo Mondo, la sua opera più importante e impegnativa. Uscì in un panorama italiano al riguardo molto povero sia di studi specialistici sia anche di lavori di sintesi generale. Il confronto con la letteratura internazionale era mortificante e la letteratura internazionale Grispo la conosceva assai bene, come si vede dalla bibliografia finale e dal primo capitolo del libro Terzo Mondo Realtà e definizioni. In esso Grispo affronta il delicato problema della definizione stessa di Terzo Mondo analizzando i contributi di studiosi come Collotti Pischel, Henri Laugier, Henein, Larousse, Balandier, Sauvy, Worsley, Crozier, Steinhaus, Calchi Novati, Jalée, Lentin, Lacoste, Lacouture, Jean Baumier, Mario Rossi, Pierre George, e ponendo magistralmente in luce tutta l’ambiguità e l’incertezza dell’espressione, ma anche l’indiscussa superiorità di essa rispetto a tutte le altre nell’indicare un insieme enorme di territori caratterizzati da alcuni fondamentali denominatori comuni: quello di un passato coloniale con le sue caratteristiche e le sue conseguenze; quello meno comune dell’appartenenza a schieramenti internazionali; quello più comune del sottosviluppo in tutte le sue componenti; oppure quello dell’arretratezza dell’organizzazione sociale e dell’instabilità politica, generatrici di soluzioni autoritarie o totalitarie variamente giustificate. Infine componente etnica, razziale, di colore.
Secondo Grispo, se si fossero inclusi i paesi rispondenti a tutti gli schemi definitori sopra indicati, si sarebbe arrivati a comprendere, oltre che l’area afro-asiatica, tutta l’America Latina, le Isole del Pacifico, anche paesi ritenuti estranei a fenomeni di decolonizzazione, o comunque estranei o non allineati ai due grandi blocchi contrapposti, come il Giappone, Israele, Cipro, la Jugoslavia, e si sarebbero contati allora 105 stati con 70 milioni di kmq (51% delle terre emerse) e una popolazione 1,8 miliardi di individui (1970) pari al 52% della popolazione mondiale.
Fu di questo grande insieme, pur sommariamente definito Terzo Mondo, che Grispo, primo in Italia ricostruì la storia nel secondo dopoguerra, analizzando tutte le maggiori e più complesse problematiche che connotarono l’intreccio grandioso e drammatico dell’emancipazione dal colonialismo con il persistere di un sottosviluppo tragicamente condizionato dalle insorgenze di rivalità politiche e tribali interne, e dalle pressioni derivate dalle contrapposizioni politiche su scala planetaria delle due superpotenze. Un’opera che coglieva in tutta la sua sconvolgente portata il sorgere di una potenziale multipolarità della storia del mondo che sarebbe pienamente esplosa nei decenni successivi e che risulta quanto mai in atto nei nostri giorni.
Sono passati molti anni dalla pubblicazione del libro di Grispo e la letteratura sul Terzo Mondo è diventata enorme anche in Italia. Eppure per chi voglia avvicinarsi agli studi di storia globale e in particolare del Terzo Mondo nel primo ventennio del secondo dopoguerra, quel volume resta ancora oggi uno strumento introduttivo di fondamentale importanza, opera di uno studioso al quale sicuramente si debbono riconoscere le doti che nel 1991 lo stesso Grispo attribuì ad Alberto Aquarone scrivendo:
«Ma forse è ancora il caso di sottolineare la molteplicità dei piani di ricerca che hanno caratterizzato i lavori di Alberto Aquarone: l’interesse per i problemi più propriamente storico-istituzionali; l’attenzione per il formarsi in Italia di una opinione pubblica sensibile al problema coloniale, per la nascita, cioè, di una forma di coscienza imperialista anche nel nostro paese; ma anche e soprattutto l’ottica europea e internazionale dei suoi studi, che ne fanno uno dei pochi contemporaneisti italiani non racchiusi nell’orticello delle vicende partitiche e sindacali della penisola, e aperto a una problematica mondiale che è quella degli storici veri e autentici in ogni tempo e in ogni paese» (R. Grispo, Premessa al libro di A. Aquarone Dopo Adua: politica e amministrazione coloniale, Roma 1989).
Dopo il 1970 la sua carriera direttiva nell’amministrazione centrale degli archivi e nel giovane Ministero per i beni culturali lo portò a traguardi di vertice, assorbendo una parte crescente del suo tempo che fu inevitabilmente sottratto alle sue ricerche di carattere strettamente storico. E tuttavia non cessò di riflettere sulle fonti per la storia del novecento in Italia (in «Nuova Antologia», 1999) e organizzò una serie di convegni, che sono stati da altri già puntualmente ricordati, e promosse studi di grandissimo interesse (storia coloniale – memorabile il convegno di Messina-Taormina del 1989 –, storia delle comunità ebraiche in Italia – i convegni di Italia Judaica –, Studi in memoria di Giovanni Cassandro, 3 voll. Roma 1991) che hanno segnato punti fermi nella ricerca storica in Italia e hanno contribuito a proiettarla su scenari internazionali. Quegli scenari ai quali continuò a guardare sempre con inesausto e produttivo vigore dando un contributo di prim’ordine alla pubblicazione della sesta serie di documenti diplomatici italiani del Ministero degli Affari Esteri che altri ha efficacemente illustrato.
È per questo che la sua scomparsa segna una grande perdita non solo nell’ambito della grande famiglia dei servitori dello Stato, ma anche in quella degli studiosi di storia più qualificati che l’Italia abbia avuto a cavallo dei due secoli.

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