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Shylock e il suo mercante

di Vittorio Pavoncello

La storia non è fatta soltanto di personaggi storici ma anche di personaggi mitici o che tali diventano. Pensiamo a Edipo, a Don Chisciotte, a Don Giovanni, Medea, e ancora si potrebbe continuare con tutti quei personaggi della letteratura fino ai miti odierni del cinema che hanno influenzato non solo la moda ma anche la cultura e quindi il terreno sul quale la storia cresce. Fra questi personaggi anche Shylock, sebbene negativo, ha un ruolo mitico. Quest’anno sono 400 gli anni che ci separano dalla morte del drammaturgo inglese ma alcune sue opere non sembrano subire l’erosione del tempo e fra queste Il Mercante di Venezia. Nel 2016 ricorre anche un’altra celebrazione: i 500 anni dalla istituzione del primo ghetto a Venezia nel quale vennero confinati gli ebrei a partire dal 1516. I due eventi sono stati in alcune commemorazioni associati, fra tutte primeggia la ricostruzione e rappresentazione del Mercante nel ghetto di Venezia e una ridicola sceneggiata di un vero processo ad Antonio e “compagnia bella”, con tanto di annullamento del primo processo a favore del vilipeso Shylock. Tutto ciò appare poco serio poiché il mito dell’ebreo sanguinario, usuraio e implacabile, non si combatte con “processi finzione” a una fiction, né costruendo un habitat nel quale Shylock non visse. Si afferma questo perché nel testo scritto da Shakespeare la parola ghetto non compare mai. Né Shylock visse da recluso dentro un ghetto se, come il testo teatrale narra, poteva liberamente andare, di sera, a cena con Antonio e se, sotto la sua casa, passavano maschere con le fiaccole, cosa impossibile, quest’ultima, da realizzarsi se il ghetto di Venezia, come fu nella realtà, si trovava nell’isola della Giudecca. Quindi i presupposti storici ricavabili o riscontrabili dal testo non ci sono e mancano anche quelli di una diversa lettura dell’opera shakespeariana. Perché se questa ha prodotto l’immagine e il mito dell’ebreo Shylock è sulla lettura e interpretazione del testo che bisogna operare per disarmare l’antisemitismo che inevitabilmente in questo è contenuto pur non costituendone la primaria volontà drammaturgica. Non abbiamo informazioni sulle opinioni politiche del drammaturgo elisabettiano, come invece ne abbiamo, oggi, per un Ferdinand Celine o per un Ezra Pound, per i quali possiamo con cognizione di causa affermare che la produzione artistica rispecchia il loro pensiero e comportamento politico, senza voler entrare nei meriti di una loro validità letteraria. Quindi parlare di uno Shakespeare antisemita o filosemita ha poco senso o fondamento. Ci sarebbe un’altra correzione da apportare: il testo di Shakespeare non si presenta come antisemita semmai come un testo antigiudaico, sì. Che poi, nel corso della storia, questo abbia dato vita e luogo e immagine a un antisemitismo più vicino alla nostra epoca che a quella di Shakespeare è un prodotto della storia successiva all’antigiudaismo. Forse, Shakespeare ha precorso i tempi mostrando come le leggi di Stato si possono alterare in funzione antiebraica e quindi antisemita. Però non è corretto parlare di antisemitismo o filosemitismo in Shakespeare mentre, invece, ha più senso parlare di letture antisemite fatte oggi, del Mercante di Venezia. E solo di queste si può parlare perché se dall’interno del testo non si scoprono nuove chiavi di lettura che attraverso i mezzi della fiction possono permettere allestimenti teatrali diversi, si continuerà a scambiare il proprio antisemitismo o filosemitismo attribuendolo a Shakespeare. Per proporre delle risposte a questo problema ho curato l’edizione del libro Shylock e il suo mercante pubblicato da Aracne, 2016. Il libro analizza la figura di Shylock sia nel cinema sia nel teatro con interpretazioni degli aspetti legali e sociologici che il testo mette in evidenza oltre al dibattito religioso che senza questo tutta la vicenda sarebbe un intreccio di una classica commedia o farsa che a partire dal 500 mostra figlie innamorate e poco disposte a rispettare i voleri paterni. Il Mercante di Venezia si avvale del conflitto religioso per trascinare la figura dell’ebreo da un mondo mitico per confinarlo ancora una volta in quel mondo. Gli argomenti mitici che fanno di Shylock un mito dell’ebraismo in accezione antisemita sono molti: dall’accusa del sangue e omicidio rituale, al tema dell’impossibilità del perdono con le sfumature del passaggio da una religione della legge a quella dell’amore e dalla Common Law alla Equity.

Il libro vuole appunto arginare il mito di Shylock così attivo e la cui figura servì come immagine di propaganda nazista cercando nelle contraddizioni del testo chiavi di lettura inconsuete.

Il Mercante di Venezia, sebbene scritto da Shakespeare, presenta due errori drammaturgici che possono introdurci e guidarci in questa diversa interpretazione, che possono allontanarci da una manichea visione di antisemita o filosemita, e che ci possono aprire a estetiche ermeneutiche. Le contraddittorietà contenute nel testo Il Mercante di Venezia sono due: una falsa testimonianza di Jessica, figlia di Shylock, che afferma di aver sentito il padre chiedere e bramare di strappare il cuore di Antonio, e la concomitanza di Porzia e del Doge di rivolgersi a un dotto giurista, tal Bellario di Padova, per redimere questione della libbra di carne. La prima incongruenza drammaturgica si deve al fatto che Jessica è già fuggita e in viaggio per l’Italia prima di arrivare a Belmonte (luogo questo dove farà la sua falsa dichiarazione), e che non vede il padre da quando Shylock è andato a cena con Antonio e lei di conseguenza fuggita con Bassani. La possibilità dell’affermazione attribuita a Shylock può essere avvenuta molto tempo dopo e quando la storia ha già preso la via del processo il che vuol dire molto tempo dopo la fuga di Jessica. È perciò impossibile che la figlia possa aver sentito il padre chiederà il cuore di Antonio prima di qualcosa che avverrà solo in seguito.

La seconda incongruenza è nella convergenza di Porzia e del Doge. Porzia chiede a al dottor Bellario (suo cugino) una toga e una lettera con la delega di rappresentarlo, stranamente anche il Doge ha chiesto a Bellario di partecipare al processo. Una concomitanza che non può non risultare ambigua e che non soddisfa spiegare con l’artificiosità della fiction.

Qualcosa si muove nel testo come una volontà preordinata che non è quella del drammaturgo che sa tutto dei suoi personaggi e che li muove come a lui piace. Perché il testo più che essere esempio di filosemitismo o antisemitismo funziona e si mostra come meccanismo dell’antisemitismo. Shylock è caduto in una trappola da tempo ordita contro di lui e che solo una riduzione a inumanità potrebbe salvarlo. Perché inumano è il comportamento che si richiede a Shylock di condonare ad Antonio il debito e la libbra di carne quando il “Mercante” ha cospirato per strappargli la figlia e con questa i denari e gioielli che gli sono prima rubati e in seguito confiscati dallo Stato Veneziano. È l’inumanità l’unica scelta offerta a Shylock, sia che perdoni Antonio sia che pretenda la libbra di carne. Inumano è visto, rappresentato e voluto l’ebreo qualunque cosa egli faccia. E ovviamente Shylock, umanamente, più ingenuo e fiducioso in una giustizia già corrotta, preferisce l’inumanità della libbra di carne. Scelta però che lo priverà di tutto e lo renderà ancora di più oggetto di biasimo.

Shylock e tutti i suoi averi al termine del processo vengono venduti dal mercante Antonio alla città di Venezia, che priverà l’ebreo di tutto; dopo che gli affetti gli erano stati già sottratti; dopo che la sua dignità di uomo era già stata lacerata dai soprusi, angherie e offese che ha già subito e sopportato dal pubblicano Antonio.

Il Mercante di Venezia si situa quindi in quel crinale che marcherà il passaggio dall’antigiudaismo all’antisemitismo preludio a quella che sarà la “soluzione finale” nazista del cosiddetto problema ebraico.

Un testo, quindi che nei suoi aspetti di tragicommedia fa di Shylock un archetipo della contemporaneità al pari di Edipo e Antigone.

Il Mercante di Venezia nella sua struttura e vicenda ha forse qualcosa da proporre per divenire un modello se non di tragedia almeno di tragicommedia. Che Il Mercante di Venezia sia una tragedia, se vista dall’ottica di Shylock, non pone molti dubbi e l’eroe cade per colpa di una ingiustizia che lo potrebbe portare al delitto. La hybrys di Shylock potrebbe essere la sua assoluta fede nella legge e nella giustizia che dalla legge può derivare. La hybrys dell’opera intera sta invece nell’equità, che alla fine si risolve in modo parziale e quindi ingiusta. È una problematica che non trova soluzione da un punto di vista etico e legale ma che alla fine la troverà secondo una logica di potere, di clan, di Ragion di Stato. È indubbio dover constatare che per tutti i personaggi, che non siano Shylock, la vicenda si conclude felicemente, il malvagio viene punito e la felicità torna a risplendere. E proprio questa sua alterna visione, quella di commedia e quella di tragedia, a seconda di dove l’occhio dell’osservatore si vuole situare ne fa un paradigma del relativismo e della contemporaneità. La vicenda di Shylock è sul piano umano e sociale quasi un aperto manifesto dell’impotenza nella quale viene a trovarsi una persona, quando si scontra o con un potere dittatoriale o con un potere mafioso, verso i quali il soggetto incappato nelle loro maglie si trova a vivere in una dimensione kafkiana. E Shylock con il suo processo spartisce una atmosfera analoga e una analoga disfatta a quella subita dal protagonista del romanzo kafkiano. Il romanzo e il testo teatrale partono però da origini molto diverse. Shylock sa bene perché si trova in un tribunale a differenza del protagonista K che viene misteriosamente prelevato, processato, e poi ucciso. Shylock, invece, si trova in una situazione incomprensibile per lui solo dopo il rovesciamento legale di Porzia, sebbene molti segnali avrebbero potuto informarlo di ciò che si stava tramando contro di lui. Però anche Shylock, sebbene metaforicamente, viene ucciso. Poiché come afferma lui stesso, privare un uomo di tutti i suoi mezzi di sostentamento equivale a privarlo della possibilità di vivere.

Ciò che porta a identificare nel Mercante di Venezia il prototipo della tragicommedia risiede nel suo significato di conflitto sociale e religioso con al centro l’uomo che si difende con l’unica arma che gli è possibile quella della “legge”. Ma una legge che gli si ribalterà contro rendendolo da accusatore accusato e poi vittima. Quest’opera di Shakespeare è la migliore che definisca un meccanismo di isolamento e poi di esclusione per rendere la vittima sempre più isolata e più facile da colpire, spogliandola di tutti i mezzi che gli potrebbero dare la possibilità di vivere e salvarsi. In questo contesto acquistano allora anche un maggiore significato i due grandi discorsi di Shylock. Il primo in riferimento alla uguaglianza dell’ebreo sul piano dell’essere umano e il secondo dell’uguaglianza di tutti gli schiavi come esseri umani. La grandezza dell’opera come prototipo risiede propria nella questione etica che riesce a sollevare”.


 

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