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ZRAlt! Riflessioni su catastrofi e terremoti

Antonio Gasbarrini

ZRAlt! ovvero “Zona Rossa Alt!” (traducibile con il semi-acronimo RZAlt!, “Red Zone Alt!”) è una open review culturale trimestrale, nata e cresciuta come un fiore selvaggio – con il primo numero varato nell’estate del 2013 – tra le macerie post sismiche della città dell’Aquila. A carattere monotematico, è un periodico multimediale dedicato al poco scandagliato binomio “Catastrofe & Creatività”.
Diretta dal critico d’arte e saggista Antonio Gasbarrini è giunta al suo tredicesimo numero affrontando con circa 120 testi interdisciplinari (letteratura, arte, fotografia, cinema, teatro, scienza, filosofia) supportati sempre da apporti multimediali (video, reportages, portfolio, slides, cataloghi ecc.), il traumatico coinvolgimento di singoli e collettività colpiti da catastrofi naturali o antropiche (fame, guerre, epidemie, esodi di massa, ecc.).
Questi alcuni passi salienti del suo costante fil-rouge ben esplicitato nell’Editoriale del primo numero: “Come reagire, o meglio, come hanno reagito i singoli e intere comunità alla devastazione esistenziale subita con l’inesorabile conta di morti, feriti, distruzione di villaggi, quartieri, se non intere città (Lisbona e Messina nel più lontano passato, L’Aquila nell’aprile del 2009)? I drammi, anzi le tragedie che stanno dietro quel divieto toponomastico della “Zona Rossa Alt!”, sono state amaramente sperimentate in tutto il mondo da milioni e milioni di persone. Non sarà stato un caso se alcune delle prime medicine somministrate o autosomministrate per lenire almeno, dolori su dolori, siano state e continueranno ad essere di matrice spirituale (religiosa o creativa, in particolare).
Della rivista pubblichiamo l’editoriale del n. 13 dedicato alla presentazione di riflessioni sulle catastrofi che hanno inflitto all’area europea del globo terremoti dalle conseguenze dolorose, dagli effetti deleteri, e per il territorio e per le popolazioni che vi abitano, a partire dal terremoto di agosto di quest’anno. Ma lo sguardo è rivolto anche alla tragedia che sta vivendo la martoriata città siriana, Aleppo, teatro di crimini contro l’Umanità.

 

Editoriale del n. 13 della rivista ZRAlt!
Per gli appassionati di “numeri pitagorico” o “cabalistici” che dir si voglia, il numero 13 è associabile sia alla fortuna che al suo contrario. Ovviamente ZRAlt! Opta per la prima soluzione. Né tanto meno i componenti della sua redazione, nel festeggiare l’avvio del suo quarto compleanno con tanto di cin! Cin!, si sono sognati di dribblarlo.
Di ben altre paure, purtroppo, devono continuare a nutrirsi le sue pagine multimediali, tali e tante sono le disgrazie naturali (catastrofi) e antropiche (guerre su tutte) che continuano ad abbattersi sulle teste di milioni e milioni di esseri umani in continua fuga da un continente all’altro di questo straziato e straziante globo terracqueo.
Stando alla cronaca nera dei tanti Mali che continuano ad affliggere la società contemporanea globalizzata sia nei profitti e nelle rendite che nella fame e nella miseria, è sufficiente qui evocare i nomi di amatrice (uno dei tanti piccoli centri storici e borghi italiani che stanno sbriciolandosi come pasta frolla tra una scossa sismica e l’altra) e Aleppo (la “disgraziata” città siriana, epicentro di insulse stragi perpetrate da imbelli pocrite diplomazie russo-statunitensi).
Dal confronto tra l’agostano sisma che ha sconvolto la vita di alcune migliaia di italiani abitanti in una delle più intriganti aree dell’Appennino Centrale straricco d’insediamenti storici, paesaggi da favola e produzioni agricole tra le più ricercate, e la martoriata città siriana, è la ferocia della guerrafondaia imbecillità umana a trionfare. Bombardare selettivamente pseudo ospedali d’emergenza, pediatrici in particolare, o i convogli di aiuti umanitari, equivale a commettere crimini contro l’Umanità. Crimini che la Natura, nella sua miliardaria esistenza temporale, non ha mai inferto con analoga “brutalità premeditata”, anche quando intere specie animali o vegetali sono scomparse a causa di questo o quel cataclisma, com’è avvenuto per i dinosauri. Di che o per cosa incolparla? E, filo conduttore di questo numero, sarà proprio uno dei terremoti più devastanti (in termini di distruzione e morte), il sisma di Lisbona del 1755, a fare da cartina al tornasole tra due tipi di Male: quello inferto dalla Natura per decreto di un qualche Deus ex machina (dipinto ora maligno, ora benigno) e l’altro dovuto alla insaziabile ingordigia e correlata violenza, tutte e solamente umane.
Aspetti ben scandagliati da uno dei massimi pensatori contemporanei, Zygmunt Bauman, nel suo avvincente libro Paura liquida, incentrato proprio sul terremoto di Lisbona e sulle coeve prese di posizione dottrinali da parte degli Illuministi (in particolare: Voltaire che aveva scritto un apposito Poema e Rousseau il quale gli aveva inviato una “critica” lettera aperta in merito): «Rousseau sottolineava nella sua lettera aperta a Voltaire che, se non la catastrofe di Lisbona in sé, almeno le sue conseguenze catastrofiche e la loro dimensione terrificante erano sicuramente risultato di colpe dell’uomo e non della natura (colpe, si noti e non peccati: diversamente da Dio, infatti, la natura non aveva la facoltà di giudicare la qualità morale dei fatti umani), della miopia umana e non della cecità della natura, e della normale cupidigia degli uomini, e non dell’altezzosa indifferenza della natura. Se solo “gli abitanti di quella grande città si fossero distribuiti più uniformemente, e avessero costruite case più leggere, il danno sarebbe stato minore, forse inesistente… E quanti sventurati hanno perso la vite nella catastrofe perché volevano recuperare i propri averi, alcuni i documenti, altri il denaro?”».
A rileggere queste attualissime righe del filosofo ginevrino, viene spontaneo affermare come dalle amare lezioni del passato e dalle persistenti contraddizioni del presente in fatto di insediamenti urbani e di tutela del territorio, non si sia appreso proprio nulla.
Non è allora un caso se, per rinverdire uno dei più significativi confronti dialettici in materia di ragione e fede, ZRAlt! riproponga integralmente nelle sue pagine multimediali sia il Poema sul disastro di Lisbona che la citata lettera aperta, “a firma” di François Marie Arouet de Voltaire e di Jean-Jacques Rousseau. Di quest’ultimo, inoltre, viene pubblicata anche una seconda lettera in cui è possibile percepire, sia i rapporti più strettamente personali, che lo “stato dell’arte” dell’editoria del tempo. Con il sotteso augurio che le loro due acuminate penne possano continuare a rischiarare la buia via della ragione in cui la società globalizzata ci sta ammucchiando.
Sulla stessa frequenza d’onda possono essere sintonizzati il racconto transrealista Sangue in gola di Luigi Fabio Mastropietro, l’analisi giornalistica del sisma aquilano La comunicazione mass mediatica e l’emergenza: il caso 6 aprile di Angelo De Nicola e Viareggio: come raccontare una delle tante stragi di Stato italiane di Ilaria Carosi.
Con questo suo ulteriore scritto su ZRAlt! – arricchito ancora una volta dalla soundtrack “Vymana crossing the ocean” di Mari de Jesús Correa composta ad hoc e dal portfolio dell’artista Michele Gammieri – i colpi sempre più frequenti e sonori di un’Apocalisse che con maggiore insistenza sta bussando alle sepolcrali porte di abbrutite coscienze, emergono come zombi dai lacerti di un’appiattita, ma indigesta cronaca mediatica, trasmutata dal Nostro in un lacerante intreccio di intersecazioni spaziotemporali tipiche di ogni incubo. Un testo, il suo, a pieno titolo ascrivibile alla poetica transrealista, in cui una innovativa sensibilità visionaria contemporanea rimescola i tradizionali paradigmi della scrittura lineare.
Se al tempo di Voltaire e Rousseau l’informazione sui disastri naturali, in una società poco alfabetizzata, circolava quasi esclusivamente tra una minoranza di “letterati” prevalentemente religiosi e di rimbalzo, in questa o quella corte, nell’era telematica, al contrario, l’ipertrofia comunicativa massmediatica e dei social network corre il rischio di scivolare da un neutrale resoconto cronachistico del luttuoso evento e della sua evoluzione, ad una più deviante disinformazione.
Come ben dimostra, con la citazione di probanti fonti alla mano, Angelo De Nicola nella sua ineccepibile inchiesta sul terremoto aquilano del 2009. Disinformazione messa in gran parte in circolo da una impreparata classe governativa, i cui canali comunicativi con i cittadini e con la più vasta opinione pubblica nazionale e internazionale durante la fase di emergenza (ma anche successivamente), è improntata a un non accettabile dilettantismo, spesso coniugato con una marcata malafede propagandistica.
Ilaria Carosi, con la sua disincantata scrittura calviniana, ci fa rivivere l’atmosfera dolente di un’intera città (Viareggio). Condivisa personalmente, e coralmente, dai familiari delle vittime delle tante, troppe impunite “stragi di Stato”, in occasione di laceranti ricorrenze. Nel caso specifico è il fischio ossessivamente ripetuto dai treni in transito, ad allertare sì, ma anche a ricordare il frutto marcio di inconfessabili vergogne istituzionali.
Spetta come di consueto anche in questo numero fondere da parte di Pino Bertelli – con il testo e le sue neosituazioniste fotografie della Lettera per Vanda Spoto / Una donna di Napoli – il momento dei ricordi vissuti insieme alla destinataria (nel frattempo scomparsa) tra i derelitti umani dell’Africa nera malati di AIDS, e quei “parlanti” ritratti delle Donne di Napoli, confluiti poi in un omonimo libro che «era nato in Africa, quando in viaggio cantavi per pochi amici Anema e core, Malafemmena o Tammurriata Nerae donavi la tua malinconia agli ultimi, agli esclusi, a chi non ha voce né volto».
L’arte e la creatività, con risvolti anche sociologici, sono poi le protagoniste di “The Floating Piers” di Christo: una masturbazione collettiva a cielo aperto di Antonio Gasbarrini, Casa d’autore di Massimo Pamio e La tutela della salute mentale con il Festival Nazionale della Creatività di Patryk Kalinski.
Il provocatorio titolo dato da Antonio Gasbarrini all’evento espositivo connesso all’effimera megainstallazione di Christo sul Lago d’Iseo, ha inteso richiamare l’attenzione sulle degenerate modalità fruitive di massa dell’arte contemporanea. Non sempre sorrette da un autentico rapporto empatico con l’opera: ecco perché “l’apparire” di ben centomila brulicanti visitatori al giorno sulla dondolante passerella, autopostatisi poi sui social network all’insegna di un narcisistico “anch’io c’ero!”, ha nettamente prevalso sul complice guardare di un assorto, e, perché no?, meditativo fruitore.
Un innovativo spazio aperto agli scrittori, poeti, saggisti ed ai ricercatori che vogliano essere ospitati gratuitamente nella Casa d’Autore inaugurata recentemente nell’incontaminata patria nativa di S. Giovanni da Capestrano, può assurgere ad emblema di un innovativo mecenatismo basato esclusivamente su un a-cortigiano baratto culturale. In questa Casa, scrive Pamio, ch’è anche la tua Casa, attorniato da poesie e testi manoscritti, foto, libri, riviste ed opere d’arte puoi tranquillamente lavorare-creare; in cambio, ma soprattutto a testimonianza della tua preziosa presenza, lascia in dotazione una traccia del tuo vissuto.
Al giovane Patryk Kalinski, impegnato personalmente nel volontariato con l’Associazione 180 amici L’Aquila, è stata affidata, infine, la recensione del Festival Nazionale della Creatività. Tenutosi nella martoriata città terremotata del capoluogo abruzzese, ove, a quasi otto anni dalla catastrofe, il disagio, ma anche le malattie di origine psichica, sono in crescita esponenziale. Da qui l’esortazione a vivere, pur nei momenti più difficoltosi, in continua compagnia della parola-sostanza “creatività”. Come? “Impariamo perciò a goderne, anche lentamente, anche quando non è così evidente. Perché soprattutto nel buio risultano esserci dei lumi capaci di stupirci, di stravolgerci”.

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